Cani da caccia e cani da pesca

Cesare Bonasegale

Camp. Assoluto Marinella

Perché per un buon cane da caccia è importante correttezza a frullo e sparo, cerca ordinata nel vento e stile di razza

È venuto a trovarmi un tale con un Bracco italiano, un bel cane. “È solo un cane da caccia” mi ha detto in tono minimalizzante. “Ha fatto bene a dirmelo – ho replicato con evidente ironia – credevo fosse un cane da pesca”. Poi, per buttare in ridere la potenziale mortificazione del mio interlocutore, ho proseguito spiegando che – al di là della facile battuta –esistono effettivamente cani da pesca: sono dei levrieroidi utilizzati per abboccare il pesce che staziona in acque basse di certe zone sulle rive del Nilo.

Ed a riprova che non è una bufala, ho mostrato al mio allibito interlocutore una scultura proveniente da un Paese arabo che mostra appunto un cane con il pesce in bocca, come da foto qui sopra riprodotta a beneficio dei miei altrettanto increduli lettori.

Ma torniamo al simpatico braccofilo che mi ha fatto visita.
“Volevo dire che col mio bracco ci vado solo a caccia, cioè non faccio le prove” mi ha detto, confermandomi il senso della sua prima affermazione che, per altro, avevo ben compreso fin dall’inizio. Prendo quindi spunto da questo episodio per approfondire una diffusa interpretazione riduttiva del “cane da caccia”, secondo la quale la definizione indica un soggetto che:

  • non è corretto al frullo e sparo;
  • ha cerca disordinata;
  • è stilisticamente carente.

In effetti la maggioranza dei cacciatori tendono ad attribuire a loro negligenza la responsabilità di queste lacune, che allo stesso tempo sono però da loro considerate virtuosismi ininfluenti ai fini venatori. Vediamo se ciò è vero ed in che misura. Iniziamo con la correttezza su lepre, la cui inosservanza arrischia di sottrarre il cane al nostro controllo per lunghi periodi, per quindi rendercelo spompato e temporaneamente inefficiente; lo stesso discorso si applica – ma con aggravanti –anche ai caprioli; e le aggravanti sono di due ordini di motivi: perché il comportamento di quel ungulato incoraggia involontariamente il cane a protrarre l’inseguimento per chilometri, col rischio di perderlo e di esporlo a mortali pericoli stradali. L’altra aggravante è che il capriolo è “sempre in piedi” e l’incontro generalmente si verifica nel bosco, allorché il cane è fuori controllo, cosa che non consente un tempestivo intervento del conduttore.

Tutte queste considerazioni non valgono però per la correttezza al frullo di selvaggina da penna, il cui inseguimento difficilmente si protrae per più di un paio di centinaia di metri.

A difesa della funzionalità della correttezza al frullo, molti autori sostengono che rincorrendo, il cane arrischia di investire altra selvaggina presente nelle vicinanze… ma sono eventualità piuttosto rare. Dite un po’ voi: quante volte vi è successo un caso del genere? Tre, cinque, dieci volte nella vostra vita di caccia? Semmai è lo sparo che più frequentemente induce l’involo di altra selvaggina nei pressi di quella che il cane aveva fermato!
In verità, i motivi dell’importanza della correttezza al frullo sono altri e cioè:

  • la correttezza al frullo è inevitabilmente propedeutica alla corretta su lepre (cioè non è possibile ottenere che il cane non insegua la lepre se non si ottiene prima l’immobilità sul selvatico da penna);
  • la correttezza al frullo contrasta l’eventuale tendenza a forzare la ferma. Non a caso gli inglesi – maestri di pragmatismo – hanno inventato i retrivers e non consentono ai loro cani da ferma di fare il riporto. Per loro, dopo la conclusione della ferma, c’è solo l’immobilità.

 

Quindi la correttezza al frullo non è un virtuosismo estetico, ma parte integrante della formazione di un cane da caccia.
Il che non toglie che se ne può fare bellamente a meno…come del resto succede per tante altre cose della vita, anche più importanti.
A proposito della correttezza, i cacciatori sono più propensi a frequentare le prove con selvatico abbattuto proprio perché in questo tipo di prove c’è una maggior tolleranza nella correttezza al frullo.
Ed è una tolleranza giocata sul filo dell’equivoco.
In teoria il cane deve restare immobile al frullo, allo sparo ed alla visione del selvatico che cade per quindi andare al riporto solo in esecuzione del comando impartito dal conduttore.

In pratica invece si iniziò a chiudere un occhio sul fatto che il cane partisse per il riporto quando vede il selvatico cadere, senza attendere il comando. Poi si socchiuse l’altro occhio e si tollerò che il cane partisse allo sparo, senza attendere cioè i pochi secondi intercorrenti fra lo sparo e la caduta. E siccome anche il tempo diventa elastico se non è oggettivamente misurato, è ormai diffusa la schiera di coloro che chiudono interamente anche il secondo occhio, allorché il cane non è più perfettamente immobile neppure al frullo.
Il che rende ancor peggiore la già di per sé pessima prova di caccia su selvatico abbattuto, sistematicamente effettuata su selvaggina appena immessa nel terreno, cioè fagiani che a volte devono essere indotti a volare con la punta dello stivale: la prova su selvatico abbattuto serve cioè unicamente per verificare il riporto (ed in tal senso dovrebbe essere modificata e migliorata. Come? Lo vedremo in altra occasione).

Esistono cani spontaneamente corretti al frullo?

Nossignori, non esistono.

Ci sono soggetti che non inseguono perché inibiti dallo sparo che hanno imparato segue sempre il frullo. Quindi la loro non è naturale correttezza, ma l’espressione di una latente tara caratteriale.
E passiamo all’impostazione della cerca, che deve essere “ordinata e nel vento”: nulla di più e nulla di meno. E ciò vale indifferentemente a caccia e nelle prove. Certo che se al cane si chiede solo di fermare il fagiano di voliera appena depositato nell’unico ciuffo d’erba del prato in cui è stato sciolto il bracco, allora la “cerca ordinata nel vento” non serve. Ma se il cane da caccia deve andare a caccia per davvero, allora la cerca ordinata non è un vuoto virtuosismo perché, se la cerca è sconclusionata, il primo a soffrirne è il carniere.

È però altrettanto vero che la cerca fatta di lacet tutti eguali, tutti perfetti è la negazione della cerca intelligente, destinata solo a compiacere quei giudici che poco o nulla sanno della caccia vera: il cane che – preoccupato di far salva un’impeccabile geometria – gira il lacet senza prima portare il naso lungo la siepe che corre a bordo campo è solo una povera bestia spersonalizzata da coercitivi strumenti elettronici. Ed in tal caso quella cerca geometrica non ha nulla a che vedere né con la caccia né con le prove, ma solo con chi è disposto a pagare salate parcelle ad addestratori professionisti che trasformano un cane da caccia in un cane da circo. La “cerca ordinata nel vento” è qualità naturale?
Signorsì, per ottener la quale basta mettere sin dai primi passi il cane a buon vento ed incoraggiarlo ad aprire ai lati. Ma se manca la predisposizione naturale son guai, per superare i quali bisogna costruire la cerca meccanicamente geometrica con un rigoroso addestramento che trasforma il cane in un robot.
Dal che si evince che l’insegnamento della cerca meccanica è anche colpevole di mascherare l’incapacità del cane di apprendere spontaneamente la cerca ordinata nel vento.

E allora la cerca nelle prove su quaglie, che significato ha?
Nessun significato se non quello di esercitare l’addestrabilità del cane. Oltre a ciò – in teoria – questo tipo di prove dovrebbe assolvere un ruolo promozionale perché – ripeto teoricamente – al loro svolgimento si dice assista un folto pubblico.
Si da il caso però che quel pubblico non sia “folto” e sia comunque composto dalla solita “manica” di addetti ai lavori e da gente che – a parole – sanno tutti tutto. E con quel tipo di gente il pubblico dei cacciatori non c’entra per niente. Malgrado ciò un gruppo di dirigenti braccofili vorrebbe imporre la qualifica in classica a quaglie come titolo obbligatorio per il campionato di lavoro.

I commenti fateli voi!.

Stile come espressione di tipicità del lavoro

C’è chi attribuisce allo stile anche finalità funzionali, ma ciò non è sempre vero per tutte le sue manifestazioni e per tutte le razze.
È vero che il portamento di testa alto – oltre che bello – è anche funzionale.
È vero che il trotto consente maggior resistenza (???) e nel contempo è molto bello da vedere.
La ferma a terra per certe razze è magnifica, per altre è orrenda, però è funzionale.
Meglio quindi lasciar perdere la funzionalità dello stilo ed intenderlo come espressione di tipicità che diversifica una razza dall’altra. Ed i valori estetici che gli appassionati ricavano dalla sua osservazione ne fanno la quintessenza del bello in cinofilia.

Ma siccome la caccia non è più il mezzo di sussistenza grazie al quale l’uomo sopravvive, ci pare logico e funzionale che la caccia – ed il cane da caccia – esprimano anche valori estetici. Cacciare quindi con un cane il cui stile esprime bellezza è importante proprio perché lo scopo principale della caccia odierna non è la selvaggina che incarnieriamo, ma il divertimento.
E lo stile è parte fondamentale del piacere che il cane ci procura. Che senso ha allora cacciare con un cane che non esprime stile di razza?
A tutti i braccofili propongo quindi la formula:

+ stile – piombo=CACCIA

E più stile non solo del cane! Dopo questo sproloquiare, probabilmente i miei lettori si avventureranno sulle rive del Nilo in cerca del … cane da pesca!

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