bracco italiano memorie di una razza antica

Prefazione del libro Bracco Italiano, memorie di una razza antica

Un debito che nasce da una frattura

Era l’alba di sabato 21 ottobre 2017 e da due giorni ero a caccia di carpe nel meraviglioso e complesso lago di Pusiano (CO). Le mie canne artigianali fatte in Inghilterra, su misura – con componenti scelti da me – erano piazzate sul rod pod, gli avvisatori acustici armati, l’ampio guadino pronto, la pastura rinfrescata nei pressi degli inneschi. Avevo già catturato, fotografato e ridato la libertà a 6 carpe – di cui due sopra i 15 kg – che per il “nervoso” e avaro Pusiano significano una sessione grandiosa. Stavo aspettando, quella forma di attesa silenziosa e quasi meditativa che il pescatore di carpe conosce bene, fatta di ore in cui non succede niente e poi, all’improvviso, succede tutto. Era già una sessione memorabile, e lo sapevo. Avrei smontato il campo la sera stessa, pienamente soddisfatto.

Poi… quel cane comparve, vicino a me.

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Non so spiegare con precisione cosa accadde in quei secondi, e ci ho ripensato molte volte. So che mi alzai, quasi senza accorgermene, come se il corpo avesse ricevuto un ordine che la mente non aveva ancora formulato. Era un maschio bianco e arancio con le orecchie lunghe che ondeggiavano appena nel movimento, la testa portata alta con una naturalezza che non aveva nulla di esibito, nulla di addestrato. Era semplicemente così. Come se non potesse essere altrimenti. Come se quella postura fosse l’unica possibile per un essere fatto in quel modo.

Aveva un portamento che non avevo mai visto in un cane in trentasei anni di vita. Non la baldanza scomposta di tante razze ma qualcosa di completamente diverso: una compostezza che veniva da dentro, un’eleganza ereditata, come si eredita un cognome antico o un modo di tenere la schiena dritta. Ogni passo sembrava pensato. Ogni pensiero sembrava avere già una direzione nel mondo. Mi entrò nella mente con violenza: senza preavviso, senza chiedere permesso, con una certezza assoluta e stranamente serena.

Rimasi immobile. In vent’anni di pesca alle carpe ho imparato a stare fermo – ore, se serve, giorni – ma quella immobilità era diversa. Non era l’attesa paziente del pescatore. Era lo stupore di chi ha appena visto qualcosa che non sapeva esistesse e che adesso non riesce a smettere di guardare.

In lontananza, quasi dissolto nella luce infuocata dell’alba, intravidi il suo padrone: una figura che camminava senza fretta lungo la riva, con le mani in tasca e lo sguardo basso, lasciando al cane tutto lo spazio e tutta l’aria del mondo. I due si muovevano insieme senza guardarsi, uniti da un filo invisibile e antico, con quella complicità silenziosa che si costruisce solo nel tempo e che nessun addestramento può simulare. Li guardai finché non sparirono oltre l’ansa della riva in cui ero posizionato. Rimasi in piedi ancora qualche secondo dopo che erano scomparsi, con i bite alarm muti intorno a me e le carpe completamente, definitivamente dimenticate.

Scoprii quella sera stessa, documentandomi con la frenesia di chi ha trovato qualcosa e non riesce a smettere, che si trattava di un Bracco Italiano. Una razza nazionale, antichissima, raffigurata negli affreschi cinquecenteschi, richiesta per lettera da Caterina de’ Medici al padre perché i bracchi francesi, scriveva, erano ormai troppo “imbastarditi”. Una razza che portava nel proprio DNA quattro secoli di storia italiana: corti rinascimentali, cacce nobiliari e contadine, poi la grande pianura padana, il declino, la rinascita lenta e faticosa nel dopoguerra.

Nel giro di due settimane – con una velocità e determinazione che ancora oggi mi stupisce – avevo acquistato un cucciolo, anche grazie alla vicinanza da casa mia di un rinomato allevamento di bracchi italiani. Il mio Arte, un bianco arancio, come quello che vidi in riva al lago. Non sapevo quasi niente di quello che stavo facendo. Ma quello, capii poi, era esattamente il punto giusto da cui partire.

Ed è qui, in questo punto preciso, che devo fermarmi e dire una cosa che non ho mai nascosto a nessuno e che non smetterò mai di sentire: io non sono un cacciatore. Non lo ero allora, non lo sono adesso. E non si tratta di una scelta ideologica, né di una distanza morale, né di una presa di posizione. Si tratta di destino, o forse più semplicemente di biografia personale. Non ho avuto un nonno che mi portasse all’alba nei campi con il cane al piede; non ho avuto un padre che mi mettesse in mano il primo fucile a dodici anni; non ho avuto uno zio che mi insegnasse a leggere il vento, le stoppie, i beccaccini, le starne. La caccia non è entrata nella mia vita perché non c’è stato nessuno che me la trasmettesse, e senza quella trasmissione – fatta di gesti, riti, abitudini – iniziare da zero a quasi quarant’anni è qualcosa a cui ho pensato, attorno a cui ho girato, che mi sono anche immaginato. Poi mi sono scontrato con una realtà più complessa, più stratificata e più difficile di quanto immaginassi. Ho desistito.

Non che il destino sia stato avaro con me in termini di passioni ereditate. Al contrario. Ho ricevuto il sacro ardore della ricerca dei funghi, che nella mia famiglia è quasi una religione; ho ricevuto l’amore per la pesca, in mare e nelle acque interne; ho ricevuto il bosco, il camminare, l’amore incondizionato per la natura. Sono passioni che ho coltivato con dedizione totale, con lo stesso accanimento con cui altri inseguono una beccaccia tra i rovi o un becaccino in una risaia. Ma il momento in cui il bracco si irrigidisce in ferma e il tempo sembra sospendersi – quel momento che ogni autore descrive con un trasporto che sento profondamente autentico – non l’ho mai vissuto. E probabilmente non lo vivrò mai.

Porto questa assenza come una frattura. E insieme come un debito. Una frattura, perché studiare il Bracco Italiano sapendo di non poter accedere fino in fondo alla funzione per cui è nato significa restare sempre un passo indietro dalla sua anima più intima. Ogni linea di sangue, ogni scelta di selezione, ogni standard pensato e poi modificato, ogni discussione accesa tra uomini che passavano le loro mattine migliori dietro a un cane, rimanda a un’esperienza che non possiedo. Posso comprenderla con la mente, posso rispettarla, posso studiarla, ma non posso dire di averla vissuta.

Un debito, perché guardavo negli occhi il mio Arte – e lo guardo ancora oggi, che ha nove anni – e sentivo il peso di qualcosa che non riuscivo a dargli: l’esperienza per cui era stato plasmato in quattro secoli di storia. Non era senso di colpa, o almeno non soltanto. Era la percezione netta che quel cane appartenesse a una storia più grande della mia vita privata, più grande della sua cuccia, delle nostre passeggiate, della nostra quotidiana familiarità domestica. Arte era il mio cane, certo. Ma era anche l’ultimo anello visibile, vivo, tangibile, di una tradizione antica. E io, che non potevo servirlo sul terreno, sentii che dovevo trovare un altro modo per onorare quella tradizione.

Fu quel debito a diventare il motore di tutto quello che è venuto dopo.

Il fuoco che mi si accese dentro aveva, per me, una direzione precisa: sapere tutto su questa razza. Cominciai a documentarmi con la stessa ostinazione che mettevo nella pesca. Sistematicamente, senza fermarmi, tornando ogni sera a cercare un nuovo tassello, un nome, una fotografia, una citazione, una data, una genealogia. E scoprii molto presto che documentarsi in modo autorevole e approfondito sul Bracco Italiano non era semplice come avevo ingenuamente immaginato.

La letteratura sulla razza esiste, ed è di calibro eccelso: da Arturo Fancelli a Paolo Ciceri, da Adelio Cancellari a Massimo Scheggi, da Temistocle Strazza a Giambattista Benasso, da Angelo Vecchio a Cesare Bonasegale, da Giacomo Griziotti a Giuseppe Colombo Manfroni: una tradizione saggistica solida, appassionata, a tratti splendida, che attraversa più di un secolo di cinofilia italiana. Il problema era trovarla.

Si trattava, nella maggior parte dei casi, di libri rari, fuori commercio da decenni, costosi quando comparivano nei mercati antiquari, dispersi in biblioteche private e collezioni gelosamente custodite. Per un neofita – per chiunque si avvicinasse alla razza senza una rete di relazioni già costruita nel mondo cinofilo – recuperare anche solo le fonti fondamentali era un’impresa lunga, difficile ed economicamente gravosa. Me ne resi conto sulla mia pelle, settimana dopo settimana: un libro introvabile, un altro disponibile solo in una biblioteca privata a cui non avevo accesso, un terzo battuto a un’asta online a un prezzo che non aveva senso pagare per un appassionato che stava ancora imparando a orientarsi.

Cominciai a chiedermi quanti altri si trovassero, o si fossero trovati, nella mia stessa situazione. Quanti appassionati, magari appena innamorati della razza come lo ero io, si fossero scontrati con lo stesso muro: una letteratura ricca ma inaccessibile, una storia straordinaria ma sepolta in testi che circolavano in un circuito ristretto, quasi chiuso, tra chi li possedeva già. Quella lacuna mi sembrò ingiusta. E, soprattutto, inutile. Una razza così antica, così profondamente legata alla storia italiana, non meritava di restare patrimonio esclusivo di pochi.

Ci volle tempo. Anni, in realtà.

Anni di ricerca paziente e spesso frustrante; anni di libri rintracciati uno per uno attraverso canali improbabili; anni di riviste cinofile d’epoca recuperate nei mercatini dell’antiquariato o acquistate da collezionisti che se ne separavano a malincuore. Anni in cui costruivo, pezzo per pezzo, una biblioteca che all’inizio era soltanto mia: un archivio personale, disordinato e prezioso, che cresceva di mese in mese sugli scaffali e sul mio hard disk. Ogni nuovo ritrovamento apriva una strada, ogni fotografia richiamava un nome, ogni nome rimandava a un affisso, ogni affisso a un luogo, a una famiglia, a una corrispondenza possibile. E mentre quella biblioteca cresceva, il pensiero tornava sempre lì: tutto questo non dovrebbe essere così difficile da trovare. Tutto questo dovrebbe essere accessibile a chiunque ami questa razza, non solo a chi ha la fortuna, la rete di conoscenze o le risorse economiche per inseguirlo.

Fu quella convinzione – maturata lentamente, negli anni, tra una ricerca e l’altra – a farmi immaginare qualcosa di diverso. Non più una biblioteca privata, ma uno spazio aperto, gratuito, raggiungibile da qualunque appassionato con una connessione internet. Un luogo dove un neofita potesse trovare ciò che io avevo faticato tanto a cercare. Nacque così il portale web BraccoItalianoDatabase (www.braccoitalianodatabase.com): il frutto naturale di anni di lavoro e di una convinzione sempre più radicata che la memoria del Bracco Italiano meritasse di essere restituita a tutti.

In quello stesso periodo scoccò un’altra scintilla, di natura diversa. Non organizzativa, questa volta, ma quasi ossessiva. Sfogliando Il Bracco Italiano di Giuseppe Colombo Manfroni, un libro cardine e fondamentale, mi fermai su una fotografia a pagina 117 la cui didascalia citava: Brill 2° di Cornovecchio, anno 1930. Quel bracco mi colpì come un’anomalia temporale. Le sue linee, l’asciuttezza delle forme, il modo in cui occupava lo spazio nell’immagine: tutto parlava di un cane che sembrava arrivare dal futuro, non dal passato. La narrativa classica descriveva spesso il bracco di quell’epoca come un animale ancora linfatico, appesantito da decenni di selezione incerta, non ancora pienamente liberato da forme lente e gravose. Brill 2° di Cornovecchio smentiva quella narrazione con la sola forza della sua presenza fotografica.

Ma chi c’era dietro quell’affisso (di Cornovecchio)? Chi aveva selezionato quel cane? Con quali idee, con quali soggetti, con quale visione? Era un caso isolato, un’eccezione fortunata, oppure il segno visibile di un lavoro più profondo e più moderno di quanto la letteratura avesse raccontato?

Da quella domanda – apparentemente semplice, in realtà priva di una risposta soddisfacente nei libri disponibili – nacque la parte più avventurosa della ricerca: lo scavo negli archivi privati, la ricostruzione delle linee, la ricerca di possibili discendenti viventi, il recupero di documenti che nessuno aveva più aperto da decenni. Brill 2° di Cornovecchio non fu soltanto una fotografia. Fu per me una soglia. Mi indicò che, dietro la storia già scritta, ne esisteva un’altra più minuta, più concreta, più nascosta: una storia fatta di canili, lettere, registri, fotografie dimenticate, nomi citati di sfuggita e mai davvero interrogati.

Col tempo ho imparato a trasformare quel debito originario in metodo di lavoro. Se non potevo leggere il Bracco sul terreno, potevo inseguirne la memoria nei documenti. Potevo cercare il cane dove nessun cacciatore aveva ragione di guardare: nei registri di cucciolate scritti a mano con inchiostro viola ottocentesco, nelle lettere tra allevatori del diciannovesimo e ventesimo secolo che discutevano di accoppiamenti e di standard con la stessa serietà con cui si discute di affari importanti, nelle fotografie e nei vetrini al bromuro d’argento e album di famiglia dimenticati dalla braccofilia contemporanea.

La mia “cerca” si spostò dal campo all’archivio. E da quell’archivio cominciarono a venire fuori cose che non mi aspettavo.

La ricerca vera prese forma quando capii che i libri da soli non bastavano. O meglio, non bastavano più. Avevano aperto la strada, avevano dato struttura e orientamento, ma non riuscivano a colmare la mia sete di conoscenza. Sentivo che molto restava fuori dalle sintesi, dalle genealogie ufficiali, dai capitoli più ordinati. Restava fuori il “rumore della storia”: le polemiche, le esitazioni, gli entusiasmi, le paure, le ambizioni, le rivalità, le voci vive di chi il Bracco italiano non lo guardava da lontano, ma lo stava costruendo giorno dopo giorno.

Per quasi due anni mi immersi nello studio sistematico delle grandi riviste cinofile d’epoca: Il Cacciatore Italiano, Rivista Cinegetica, Venatoria, Diana Venatoria, Caccia e Tiri. Numeri che andavano dal 1870 fino al 1940, consultati sia attraverso copie acquistate nei mercatini dell’antiquariato sia tramite l’Emeroteca Digitale di Roma. Fu un lavoro lento, spesso faticoso, fatto di pagine ingiallite, caratteri tipografici minuscoli, annate incomplete, riferimenti da inseguire e appunti da ricomporre. Ma fu anche un lavoro straordinariamente fruttuoso.

In quei numeri ritrovai un patrimonio iconografico di Bracchi italiani dell’epoca che nessun libro aveva mai raccolto in modo sistematico: fotografie di soggetti, ritratti di allevatori, immagini di canili, cronache di prove e di esposizioni. E soprattutto ritrovai le voci. Le grandi penne cinofile del tempo – Temistocle Strazza, Ferdinando Delor, Angelo Vecchio e molti altri – discutevano della razza con una vivacità e una competenza che i libri successivi avevano spesso ridotto a citazioni. Quelle riviste mi restituirono il respiro di un’epoca: le discussioni sul tipo, le paure per una razza che sembrava condannata, gli sforzi per salvarla dall’incuria, le accuse, gli elogi, le speranze riposte in un soggetto, in un accoppiamento, in un affisso.

Fu in quel periodo di studio intenso che cominciai a intuire dove si nascondevano le storie che nessuno aveva ancora raccontato per intero.

Luigi Beretta di Costa Masnada, Gioele Pedrazzini di Ospedaletto Lodigiano, Francesco Silva di Pizzighettone, Antonio Cattaneo di Cornovecchio: nomi che apparivano e riapparivano nelle cronache d’epoca con un rispetto particolare; figure che le riviste trattavano come protagonisti riconosciuti e che la letteratura successiva aveva spesso ridotto a citazioni fugaci. La loro storia era già lì, dispersa nelle pagine di quelle riviste. Aspettava solo di essere letta con la giusta attenzione, ricomposta, rimessa in relazione con i luoghi, con le famiglie, con i cani.

Poi la ricerca si spostò davvero sul campo. Non il campo della caccia, che continuava a mancarmi, ma quello altrettanto concreto degli archivi, delle case, delle ville, delle famiglie, delle stanze in cui la memoria dorme finché qualcuno non bussa alla porta giusta.

E fu qui che accadde qualcosa di inatteso.

Un contatto fortuito a Pizzighettone – uno di quei fili che si tirano senza sapere dove porteranno – aprì una porta che non avrei mai immaginato di trovare. Grazie alla tenacia della mia ricerca e all’immenso supporto degli amici Francesco Gusmaroli e Gianfranco Gambarelli, quella porta condusse a Palazzo Silva, nella frazione di Gera di Pizzighettone, e all’Archivio Silva. Oltre mille lettere, documenti, fotografie, vetrini fotografici al bromuro d’argento originali, alcuni datati 1880. La corrispondenza del Cavaliere Francesco Silva e suo figlio Carlo con Ferdinando Delor, con Temistocle Strazza, con alcuni tra i più importanti nomi della cinofilia italiana di fine Ottocento e primo Novecento. In quell’archivio (di cui parleremo approfonditamente nel Capitolo 3) non c’erano solo nomi e date. C’erano le discussioni reali sulla razza, le discussioni sugli accoppiamenti, le polemiche sullo standard, i giudizi taglienti sui soggetti altrui, le amicizie e le rivalità di una comunità di uomini che stavano costruendo qualcosa di enorme, forse senza sapere ancora bene fino a che punto.

Il canile di Regona del Cav. Francesco Silva – che la letteratura classica aveva sempre citato con rispetto ma senza mai approfondirlo davvero – diventava all’improvviso un luogo vivo, straordinariamente vivo, pieno di voci e di testimonianze tangibili. Non più un nome in una genealogia, non più una nota a margine, ma un organismo reale: uomini, cani, lettere, scelte, dubbi, ambizioni, errori, intuizioni. Fu la scoperta che cambiò il senso di tutta la ricerca. Niente, prima e dopo, ha avuto o potrà avere il peso di quell’archivio.

Poco dopo, seguendo un altro filo – questa volta alla ricerca dei discendenti diretti del Cavaliere Antonio Cattaneo – arrivai fino a Villa Gattoni-Cattaneo a Cornovecchio, nel basso Lodigiano. Il figlio di Antonio, il signor Francesco Cattaneo, ci accolse in quella villa meravigliosa e ci aprì un archivio straordinario: i registri delle cucciolate del Canile di Cornovecchio dal 1931 al 1947, i diplomi di prova, le lettere, gli schizzi di Mario Vellani Marchi e Giuseppe Novello. Un affisso che la letteratura aveva sempre citato come esempio di bracco moderno, senza però raccontarlo fino in fondo, diventava grazie a quei documenti una storia concreta e verificabile: scelte di selezione, continuità di sangue, correzioni di tipo, ambizioni che si leggevano con la chiarezza di un diario.

In quel momento compresi che la ricerca non riguardava più soltanto il Bracco Italiano in senso generale. Riguardava il modo in cui una razza sopravvive alla dispersione della memoria. Riguardava ciò che resta quando gli uomini scompaiono, quando i cani non ci sono più, quando gli affissi diventano nomi pronunciati da pochi, quando le fotografie perdono il loro contesto e i registri finiscono in una scatola. Riguardava la responsabilità di non lasciare che tutto questo si dissolvesse.

Perché una razza non vive soltanto nei soggetti presenti, nei pedigree aggiornati, nelle prove di lavoro, nelle esposizioni, negli standard. Vive anche nella memoria delle scelte che l’hanno formata. Vive negli uomini che l’hanno pensata, difesa, sbagliata, corretta, migliorata. Vive nei documenti che permettono di capire non solo da dove venga un cane, ma perché sia diventato ciò che è. E se quella memoria viene perduta, non si perde soltanto una parte del passato: si perde uno strumento per comprendere il presente.

Questo saggio nasce da qui.

Non è una monografia del Bracco Italiano. Quella è già stata scritta, e meglio di quanto potrei fare io. Non vuole sostituirsi ai libri fondamentali che mi hanno formato, né correggere con presunzione ciò che generazioni di autori, allevatori, giudici e appassionati hanno consegnato alla cinofilia italiana. È, più semplicemente e più sinceramente, il racconto di ciò che ho trovato cercando dove altri non avevano cercato, o dove non avevano avuto gli strumenti, il tempo o la fortuna di arrivare.

È il frutto di un debito contratto davanti a un cane comparso all’alba sulla riva di un lago.

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