Il riporto del bracco italiano

Massimo Scheggi

riporto del bracco italiano

Lo standard di lavoro non parla del riporto del bracco italiano. Probabilmente perché questa dote non si ritiene essenziale in un cane da ferma, comunque secondaria, da non citare. Beh… è decisamente sbagliato

Il riporto del bracco italiano, il recupero soprattutto, è caratteristica fondamentale in un cane da caccia, da ferma come da cerca; spettacolare quanto e a volte più della ferma; necessaria in moltissimi casi più dell’arresto; ecologica, vorrei dire, perché un capo non recuperato è una disgrazia assurda.

Nel bracco italiano il riporto è dote genetica di razza, fa parte del suo patrimonio da anni (secoli?), è funzione preclara da sempre. Tanto che ho più volte sentito dire, anche da coloro che non sono braccofili, che un bracco italiano che non riporta è un assurdo. Qui c’è tutta la considerazione, invero teorica, che i cani da caccia continentali, abituati ad ambienti frastagliati, boscosi, sporchi insomma, furono selezionati oltre che nella ferma (più che nella ferma) anche nel riporto.

riporto del bracco italiano

Se il bracco italiano non riporta la colpa è del proprietario…

Considerazione teorica dicevo perché anche i cani da ferma inglesi, setters e pointers, hanno sempre riportato sia nel paese d’origine che quando misero piede in Italia. Se non l’avessero fatto sarebbero stati ben presto rispediti al mittente. Il che non è avvenuto, come ben tutti possono constatare. Piuttosto è vero che tutti i bracchi (anche gli spinoni) riportano/recuperano bene e se questo non avviene, sono convinto che la colpa è del proprietario, il quale ha sbagliato qualcosa nell’addestramento. Non c’è infatti nulla di più facile che far smettere ad un cane il riporto. Basta rimproverarlo, peggio picchiarlo, quando riporta qualcosa, magari una gallina o un qualsiasi pennuto. Non riporterà più. Salvo eccezioni e tanta, tanta pazienza. Che io non ho.

Proprio ultimamente avevo in prova un bracco di due anni che mi interessava per la sua andatura e la sua cerca ampia, nonché per la passione e la resistenza. Già mi ero fatto l’idea, dopo appena quindici giorni, che fosse un cane stupido (ve ne sono anche fra i bracchi e questo è uno di quei due di cui vi parlavo) e sordo ai richiami, quindi inservibile. La situazione precipitò quando mi accorsi che non solo non riportava, ma che addirittura andava a nascondere la selvaggina uccisa.

Come mai? Il precedente padrone lo aveva picchiato perché prendeva le galline (ed in effetti, anche per il poco tempo che rimase con me, palesò questo vizio) per cui il bracco si rifiutava adesso di riportare, anzi era preoccupatissimo di farsi vedere con un pennuto in bocca (fagiano) per la paura di buscarle. Quindi lo sotterrava.

Chiaramente nessuno mi aveva avvertito di questi difetti quando entrai in possesso del cane. Li venni a scoprire, e me ne sarei accorto anche se nessuno in seguito mi avesse detto nulla. E questo perché tutti i bracchi riportano con gioia fin da cuccioli.

riporto bracco italiano
Riporto direttamente dall’acqua. Foto di Fabio Poggi

Da cuccioli riportano di tutto

Osservateli ad appena due mesi: riportano cenci, carte, bastoni, senza che voi pretendiate nulla. Allora io mi sono messo a saltare i vari gradi di insegnamento, insistendo solo sulle loro doti naturali. Faccio riportare un fagiano, un piccione, una starna e… non se ne parli più.

Mi dispiace un po’ perché non si divertono con la palla, ma io non ho molto tempo a disposizione e cerco di unire l’utile al dilettevole. Appena lo richiederò mi riporteranno le prede senza schifarsi per le penne, senza sciupare, convinti di quello che devono fare.

Io ho avuto bracchi tutti grandi riportatori. Della Flora leggerete qualcosa; vorrei aggiungere che in lei, non grande fermatrice, questa del riporto era la dote migliore. Le ho visto fare dei recuperi da dirupi profondi, da borri, su animali disalati, recuperi che superavano qualsiasi altro cane di altra razza.

Flora fu la mia prima bracca e allora vi erano molti animali anche in terreno libero, per cui poté esercitarsi nelle situazioni più difficili. Voglio ricordare anche il campione di bellezza Taro di Spicciano. Ve ne parlo poco perché l’ho tenuto appena tre mesi: dovetti farlo abbattere in quanto aveva un linfoma. Ma in questo tempo, se palesò dote positiva, questa fu il recupero.

La prima volta che lo portai a caccia (dopo averlo acquistato da poco tempo) abbattei un fagiano che Taro aveva sfrullato, per cui il tiro non fu deciso come se mi fossi preparato dopo ferma e l’animale, colpito in ritardo, andò a cadere lontano in bosco fitto. Addio! dissi fra me, in quanto non conoscevo bene il cane. Taro invece scomparve alla vista e si trattenne a lungo nel bosco, tanto che cominciavo a temere di perderlo, conoscendoci poco entrambi. Tornò invece festante con il fagiano in bocca, cosa evidentemente naturale per lui.

La gioia del riporto del bracco italiano

E ancora… Il riporto del bracco italiano è caratterizzato da un uggiolio di gioia, sembra facciano la ruota intorno a te come i tacchini, gonfiano il petto, si accomodano l’animale in bocca in modo da non sciuparlo, corrono prima degli altri sull’animale abbattuto per averne l’esclusiva, per essere loro e solo loro a riportarlo. E questa grande passione a volte li confonde. Vedo la Breccia in ferma in un bosco pieno di rovi, un piccolo pianoro prima di una pendenza scoscesa ricoperta da qualche quercia e da sottobosco sporco, attraverso il quale sembrava impossibile passare.

Un bel riporto. Foto di Fabio Poggi

Mi avvicino alla cagna che comincia a guidare: parte un maschio che riesco a colpire d’ala di seconda canna e vedo cadere in basso, giù verso il fiume. Chiamo la cagna, pensando alla meglio di avere individuato il posto di caduta e la incito al riporto. Io stesso, scaricato il fucile, cerco di scendere per il dirupo graffiandomi tutto. Erano le tre del pomeriggio, un caldo afoso e per di più la furia di tornare a casa per un appuntamento.

Sudato e sanguinante arrivo vicino al fiume e chiamo la cagna. Nulla. Passano i minuti, quegli interminabili minuti, quando sei solo nel bosco, che sembrano ore, e della cagna nemmeno l’ombra. Comincio a pensare male, a una tagliola, a una vipera, continuo a chiamare. Nulla. Riprendo allora un viottolo per tornare dove avevo cominciato a cacciare ed ecco dopo un po’, sempre dietro mie sollecitazioni, arrivare la Breccia ma senza il fagiano.

Controllo la bocca per vedere se aveva qualche penna, ma anche di questa nessuna traccia. Nonostante avessi una fretta tremenda, non volevo lasciare il fagiano: riparto allora dal punto in cui ero arrivato e risalgo con la cagna, tutto lungo bosco e a carponi, verso il punto dal quale avevo sparato, per vedere di individuare nuovamente e meglio la zona di presunta caduta dell’animale. Arrivato sul posto, proprio accanto ai bossoli vuoti delle cartucce, c’era il bellissimo maschio, intatto nelle sue penne. E nella lucentezza dei suoi colori e della mia gioia. Grazie Breccia! E la mia roana (avrete capito anche che è la bracca alla quale sono più affezionato) aveva acquisito col tempo, cioè con l’esperienza, un sesto senso per il recupero. Pur non vedendo il posto, sentiva tuttavia il rumore della caduta e là si dirigeva, riportando poi e… servendo caldo.

Foto di Fabio Poggi

Il riporto va “servito caldo”

Quando intitolai uno scritto sul riporto del bracco italiano avevo Dafne delle Crode, più democraticamente detta Flora, e Rita dei Ronchi. Mario che non ha mai potuto vedere i bracchi italiani, volle fare lo spiritoso: «Servono caldo perché quando riportano l’animale ti pisciano anche sulla gamba». Oddio, qual che cane che ha il vizio di orinare sulle persone l’ho conosciuto, anche cani da caccia che lasciano a terra la selvaggina e vi fanno sopra la pipi, bracchi italiani però ancora no.

Quel servire caldo voleva dire presentarti la preda come un piatto caldo a tavola, con garbo, gentilezza, anche con classe, senza mettere comunque le dita nella minestra. Servire caldo significa riportare con gioia, senza che il cacciatore si debba sgolare in continui urli come «porta qua- dammi qui – vieni – dai – lascia».

Nel riporto del bracco italiano il servire caldo significa cercare sollecitamente il padrone per portargli la preda, vicina o lontana che sia caduta, consegnargliela in modo ortodosso, senza strani arruffii di penne, non tenuta per un’ala o peggio ancora per il collo o magari per la coda. Avete visto che i grandi riportatori si accomodano per bene la selvaggina prima di iniziare il riporto? Non lo fanno per educazione, ma soltanto perché sono dei professionisti.

Servire caldo vuol dire non sciupare l’animale, non mordicchiarlo, non spennarlo, non … mangiarlo. Purtroppo qualche cane ha questo grosso vizio e anche il comportamento di Furio all’inizio mi insospettiva. Furio era grande stilista e gran fermatore, divenne poi anche riportatore e recuperatore. Quando cadeva un animale era sollecito ad avvicinarsi per riportarlo: gli levava però qualche penna, sembrava biascicarlo, mordicchiarlo, perdeva tempo in queste operazioni poco ortodosse ed io allora mi precipitavo a levargli la preda di bocca perché non volevo che la sciupasse.

riporto beccaccia
Foto di Fabio Poggi

Noi cacciatori siamo buffi!

«Quanto siamo buffi noi cacciatori!»- mi dicevo a volte. Questi fagiani o queste starne o le beccacce, devono in ogni caso essere spennate e mangiate e quindi perché preoccuparsi tanto se il cane li sciupa un pò? E tuttavia vogliamo riportare a casa un animale integro, bello, certo per una forma di piccolo esibizionismo, per mostrarlo magari a parenti ed amici, per regalarlo, ma anche perché nutriamo nei confronti dell’animale feticismo e idolatria. Confesso che incarnierare un fagiano scodato non mi dà alcuna gioia, anzi ho rifiutato più volte di abbatterlo (certo quando ero in riserva), figuriamoci poi se potevo permettere al cane di sciuparlo.

Insomma sembrava che Furio non riportasse e non riportava non tanto perché non volesse, quanto perché ero io che non gli davo tempo e in pratica glielo impedivo! Mi ci vollero però due episodi per capirlo.

Portai Furio in Jugoslavia. Per l’abbondante presenza di selvaggina si dimostrò scorrettissimo: inseguiva lepri, dava dietro ai caprioli, soprattutto passava da un granturcheto ad un altro, quando sentiva sparare, sordo ad ogni richiamo. «Dov’è Furio?» domandavo agli amici. «Ci ha riportato il fagiano e poi è sparito». «Ma come?» mi chiedevo «non riporta il fagiano a me e lo riporta a chi non conosce? O sono stupido io o è stupido il cane!». Ero stupido io perché, al di là della scorrettezza, non avevo ancora capito la psiche del mio bracco.

Questa volta ero a caccia in terreno libero con Lionello. Furio entra in un ginestraio, dopo poco parte una fagiana alla quale, coperto, non posso tirare. Tira Lionello e, a suo dire, la colpisce lunga e la fagiana cade lontano nel bosco. Furio intanto era sparito ed io, dopo qualche minuto comincio a preoccuparmi, insisto con Lionello perché mi indichi con precisione dove la fagiana è caduta, chiamo il cane con insistenza perché voglio portarcelo sopra, ma il bracco non arriva. Eccolo alfine con la fagiana in bocca, tranquillo, festante, conscio di aver fatto un buon lavoro e di essere stato utile al padrone. Da allora in poi Furio riporterà sempre correttamente e soprattutto recupererà tutti i capi di selvaggina, ben contento quando nella sua boccona potrà far posto ad una lepre.

C’è bisogno di tempo

Ecco che cosa non avevo capito: Furio aveva bisogno di tempo, voleva baloccarsi un poco con la selvaggina; bracco anche in questo, dai riflessi lenti aveva forse bisogno di fare alcune considerazioni sull’animale ucciso (sic! sic!) e invece io volevo che riportasse sollecito e non gli davo il tempo neppure di abboccare come lui voleva.

Certo in presenza di altri cani si riscontra maggior garosia degli stessi, competizione e tante volte, sarà capitato a tutti, l’indecoroso spettacolo di due cani che si tirano un capo di selvaggina per riportarlo ciascuno al proprio padrone. Peggio, qualche cane nasconde l’animale sotto terra, magari non lo farebbe mai cacciando da solo e soltanto con il suo padrone.

La Flora, che ebbe la sua migliore dote nel recupero di fagiani feriti, andati a cadere in posti lontani e difficili mostrò solo una volta, solo una, un’incertezza. Per l’apertura di vari anni fa ero in compagnia di Duccio, carissimo amico, ma, allora cacciatore, saltuario, comunque mai visto dalla mia bracca. Flora ferma davanti a un macchione al limitare della riserva, partono due femmine delle quali ne abbatto solo una che cade nel fitto.

Invito la cagna a riportare e lei, sollecita, si dirige nella direzione della caduta: sono talmente sicuro che accendo una sigaretta e aspetto tranquillo il suo ritorno. Dopo vari minuti la cagna torna, ma senza nulla in bocca. Strano, la rimando, ma ancora nulla; comincio a impazientarmi, entro io nei rovi, ma non trovo penna. Come è possibile? Mando Duccio a chiamare Marco perché ci dia una mano; arriva insieme ad altri, ridiscendo verso il fitto, chiamo la Flora e la cagna quasi mi porta verso un tronco marcio, sotto il quale, in una buchetta, c’è la fagiana morta, per nulla sciupata e neppure sporca di terra.

Riflettei varie volte su questo episodio, l’unico accaduto a Flora. Magari quel giorno la bracca era soltanto strana, sono però arrivato a pensare che non volle riportarmi la fagiana perché non conosceva l’amico, quindi per una forma di sospetto, di permalosità, di noia nei confronti di gente estranea.

Un bracco Ranza a caccia
Un bracco Ranza al riporto

Cosa consigliare in generale a chi ha un cane che tende a sciupare la selvaggina

Il riporto del bracco italiano non va mai iniziato con la quaglietta, mai comunque con una quaglia uccisa da poco, che è ancora calda. Molti cani tendono a sciuparla se non addirittura a mangiarla, meglio a berla, giù tutta d’un fiato.

Il selvatico, se si vuol usare l’animale, deve essere di grossezza media, un piccione, una starna, una fagiana, morta da un po’ di tempo, fredda, meglio ancora se congelata, perché in tal modo il palato del cane si abituerà alle penne ma, nello stesso tempo, non potrà né mangiare né sciupare la preda. È utile in ogni caso tenere il cane a guinzaglio o, meglio, usare la corda di trattenuta perché in questo modo lo si può tirare a noi e correggere nella malaugurata ipotesi che, anche sotto il nostro diretto controllo, cominci a danneggiare e mangiare l’animale.

Prima di questi esercizi per il riporto del bracco italiano, fatti ovviamente da soli, senza né persone né altri cani, soprattutto quando si ritiene che il nostro sia geloso di questi, sarà bene aver dato al nostro un abbondante pastone: è ovvio che se ha lo stomaco pieno, avrà poca voglia di riempirselo ancora di più.

Non alimentare mai un cane che ha i suddetti problemi con carne cruda, peggio ancora con colli di pollo crudo, né offrirgli le interiora dell’animale, come fanno molti cacciatori dopo la starnatura. Alcuni allevatori consigliano di legare un fagiano con filo di ferro che dovrebbe pertanto impedire di fare un boccone di qualsiasi animale.

Cosa dice Giacomo Griziotti

C’è il rischio però che il cane non riporti più, tuttavia è un tentativo che si può fare. E il nostro Giacomo Griziotti in Cani, caccia, prove, cosa dice al proposito?

Se il cane non accontenta di masticare o biascicare la selvaggina ma la trangugia e continua a fare ciò an che dopo l’applicazione dei sistemi sopra indicati, c’è un mezzo tramandatoci dai nostri avi: l’emetico. Si lascia che il cane inghiotta il selvatico augurandogli anzi buon appetito e subito dopo gli si fa ingoiare l’emetico. I nostri vecchi usavano la polvere nera dei fucili ad avancarica; noi potremmo usare, più razionalmente ed efficacemente l’ipecacauna (una cartina di un grammo)». Cercate voi sul vocabolario al posto mio, sempre che la cosa vi interessi e che abbiate un cane trangugiatore. E poi tutto questo per far che? Presto detto: «il cane si disgusta del sapore del selvatico o istintivamente oppure pensando che è questo che gli ha fatto male e cessa di mangiare senza perdere il riporto». Speriamo. Magari si tratta di provare, sempre che la cosa non appaia troppo difficile.

D’altra parte se si ha la pretesa di farsi servire caldo, occorre provare vari sistemi in relazione alle caratteristiche del cane, ai suoi pregi o difetti, alla sua psiche. In una classe di alunni non ce n’è mai uno uguale all’altro e ciascuno deve essere trattato in modo diverso, appropriato alla sua personalità, se vogliamo ottenere da lui il meglio. I cani, non sembri irriverenza, sono la stessa cosa; ognuno ha il suo carattere, i suoi istinti ereditari, il bagaglio di ciò che gli si è saputo trasmettere a partire dall’infanzia. Va trattato, educato e corretto di conseguenza.

Il riporto del bracco italiano, come si insegna?

Per insegnare riporto al cane  e recuperare, bisogna credere nel riporto e nel recupero, provarne gioia, soddisfazione, pretendere che il nostro ausiliare lo porti sempre a compimento.

Quel cacciatore che va da solo a prendere un capo abbattuto, che trascura di chiamare il cane quando questi non ha visto dov’è caduto l’animale, che non si complimenta e non carezza mai il suo fedele amico dopo la consegna della preda, quel cacciatore avrà difficilmente un cane riportatore e recuperatore.

Ma non c’è dubbio che anch’io considero piacevole e veramente conclusa quella azione che termina con il riporto, riporto effettuato anche tre metri da me, non perché sia pigro a chinarmi, ma perché tutte le volte il cane deve concludere in tal modo la sua cacciata e deve capire che la sua azione ha valore e merita il premio di una carezza e di un rabbuffo solo quando è completamente terminata.

Il cacciatore che ha a cuore il riporto del bracco italiano non può derogare da queste semplici norme, anche perché trasmetterebbe al cane la sensazione che la consegna della selvaggi na non è poi cosa tanto importante, per cui alla fine diventerebbe inutile eseguirla.

La stessa insistenza nel riporto del bracco italiano occorre mantenerla anche quando si tratta di oggetti, quando si lanciano palle, fagotti, bastoni: non permettere mai che il cane trascuri ciò che gli si è gettato ma, qualora non riporti alla prima, accompagnarlo sul posto di caduta e fargli capire ciò che deve fare. Questi semplici esercizi, ai quali è importante fare seguire un premio in natura, un pezzo di formaggio, un po’ di carne, un biscotto, vanno cominciati quando il cane è ancora cucciolo.

Le due teorie del Griziotti in merito al riporto del bracco italiano

Ancora Griziotti: «Per il riporto del bracco italiano abbiamo due teorie, due tendenze, due scuole diverse; una vuole che si cominci l’educazione in tenera età, approfittando di quell’istinto naturale che hanno quasi tutti i cuccioli di riportare od, almeno, di portare gli oggetti che vengono loro buttati; l’altra che vuole che si aspetti quando il cane è già serio e non gioca più con gli oggetti che si vede lanciare». Per quanto mi riguarda ho sempre usato il primo metodo, insistendo in tutte le occasioni perché il cane fin da cucciolo, riportasse tutto ciò che mi capitava a mano e che gli lanciavo, girando con in tasca leccornie per premiarlo. Tanto è vero che Bosco aveva preso l’abitudine di correre verso di me con l’oggetto o la selvaggina lanciata, ma di mollarla un metro prima per venire subito a prendere la ricompensa.

Massimo Scheggi con Astra in Ungheria.

Con Astra ho avuto la fortuna di poter saltare tanti esercizi e di arrivare direttamente a farle riportare il selvatico, ma in questo caso trattasi di istinto naturale molto accentuato. Infatti mi son trovato ad avere una cucciola di bracco italiano che a due mesi precisi riportava un fagiano più grosso di lei direttamente nelle mie mani senza divagazioni e titubanze. A tre mesi ho cominciato a portarla a caccia in compagnia della madre, ovviamente non sperando che combinasse qualcosa, ma per abituarla al bosco, ai pruni alle fucilate. Tutte le volte che abbattevo un capo glielo facevo riportare, insistendo quanto possibile e senza farla annoiare in questo esercizio. A cinque mesi la cucciola riportava, senza che le venissero lanciati, quei fagiani che le cadevano vicini e sui quali la Breccia non faceva in tempo ad arrivare, inseguendo per di più quelli che volavano via indenni.

Il riporto è dote ereditaria

Per un bracco italiano è un grosso successo a quella età e anche se il riporto è dote ereditaria, tuttavia non si sarebbe palesata in modo tanto evi dente se subito non si fosse insistito in alcuni esercizi. Faranno perciò bene gli allevatori a valutare quei soggetti che hanno naturale quest’istinto, in quanto è caratteristica trasmissibile.

Il cacciatore del resto pretende, e giustamente, un cane che abbia doti venatorie innate e che sia, per carattere, di facile addestramento, senza doversi cioè dannare in tanti insegnamenti che, fra l’altro, non tutti hanno il tempo di attuare e soprattutto non hanno la capacità di impartire. Oggi poi che la caccia non permette più gli incontri di un tempo e quindi la possibilità di rendere valido un cane alla svelta, di venta ancora più necessario che un cucciolo abbia qualità istintive che certamente andranno sviluppate, ma che comunque sarà difficile pretendere da chi non ce l’ha.

 

Lo stesso Griziotti, proseguendo su quanto aveva scritto riguardo ai due metodi usati per il riporto, aggiunge: «Quale dei due sistemi è il migliore? La persuasione o la costrizione? Sarebbe difficile dirlo. I partigiani della costrizione dicono che quando il cane ha imparato non rifiuterà mai un riporto perché lo fa per ubbidienza e non per istinto, per passione, una passione che in un dato momento può anche venire a mancare; i partigiani del l’altro metodo dicono esattamente il contrario. Io ritengo che il metodo della costrizione sia troppo metodico e non tanto facile da applicare da un dilettante. Se si può ottenere con le buone di sviluppare l’istinto che tutti i cani più o meno hanno di riportare tanto meglio, altrimenti si ricorrerà al riporto forzato».

Io la penso esattamente nello stesso modo, aggiungo per di più che sarà proprio il cane che riporta per istinto, un istinto, come abbiamo visto, coltivato e incentivato dall’uomo, a non fallire mai, perché questa è la sua natura, il suo divertimento, il suo modo di rendere felice il padrone, di fargli vedere il suo attaccamento. Se fosse costretto a riportare, proprio allora, alla prima occasione, cercherebbe di rifuggire questa costrizione. E poi non è meglio avere un cane, un animale, che compie le sue azioni per passione, che uno che lo fa perché costretto e trattato come una macchina?

E il bracco è proprio l’antitesi di questa macchina e il suo riporto è dato, oltre che da istinto innato e da passione, anche da attaccamento nei confronti del padrone.

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