Il bracco Ranza

Paolo Ciceri

bracco ranza

Ripercorriamo in questo articolo la storia dei bracchi Ranza, cani che furono alla base della rinascita del bracco italiano

Una famiglia soprattutto coltivò e predilesse il bracco Italiano modernizzato, vale a dire rinvigorito con un innesto fortunato e con conseguente selezione – la Famiglia di Giovanni Ranza – che creò e perfezionò quel tipo di bracco leggero (bracco Ranza appunto) che diventò poi il Bracco Piacentino.

 

La fattoria di Casturzano nella storia del bracco Ranza

Un bracco Ranza al riporto

Fu in un giorno non ben precisato del XIX° secolo – nonostante le contrastanti affermazioni riteniamo di poterla localizzare intorno al 1850 che in una fattoria denominata Casturzano nei pressi di Carpaneto in Provincia di Piacenza si accoppiarono due cani da caccia, di sesso naturalmente diverso.

Niente di eccezionale – direte – sono fatti questi che ogni giorno succedono. È vero. Ma in quel giorno e in quella fattoria, della quale era proprietario e conduttore tale Ranza Giovanni, ebbe origine una nuova stirpe di cani che acquista larga rinomanza per oltre mezzo secolo, e non solo nella Provincia di Piacenza, ma in tutta l’Emilia e anche altrove.

Cani italiani di attitudini eccelse furono i bracchi Piacentini assai meglio conosciuti sotto il nome di Bracco Ranza da colui che li creò, forse per caso, e dalla famiglia che per diverse gene razioni li allevò custodendone il ceppo originario e selezionando li con cura quasi gelosa affinché non degenerassero di qualità di tipo.

Chi era Giovanni Ranza

Giovanni Ranza era un cacciatore famoso nel suo paese: alla cura dei campi alternava l’esercizio della caccia nel territorio circostante, a quei tempi assai ricco di selvaggina, che si stende ai piedi delle colline lungo le valli del Nure e del Chero.

Terreni aridi durante l’estate – l’irrigazione venne più tardi – coltivati a grano o granoturco e a prati naturali; popolati di alberi e inframezzati da rive, da boschi e da greti cespugliosi; le stoppie vi duravano alte sino all’autunno e i “malgass” gli steli del granoturco – venivano lasciati in piedi anche dopo il raccolto delle pannocchie, infestati le une e gli altri da rovi e da erbe spontaneamente cresciute che ben servivano da pascolo e da rifugio alle quaglie, alle starne e alle lepri sino all’inverno.

Ambienti ideali quindi per un cacciatore, ed ideale anche per i cani che Giovanni Ranza allevò e iniziò alla caccia. Prima di quel giorno, che abbiamo all’inizio ricordato, il Ranza si serviva dei bracchi nostrani – ancora i cani inglesi e tedeschi o francesi non erano ben conosciuti fra noi – che da secoli, insieme con gli spinoni, erano i costanti e fedeli ausiliari dei cacciatori italiani; cani robusti, selezionati attraverso il lavoro, instancabili.

Forse le caratteristiche di razza non erano ben fissate; forse il mantello e le forme rivelavano l’incidenza più o meno lontana dal segugio, forse i profili e le linee non erano uniformi e ben omogenei; forse insomma la purezza lasciava a desiderare. E certo però che erano autentici cani da caccia e che servivano ottimamente allo scopo.

Un bracco Ranza a caccia
Giovanni Ranza (probabile) con un suo bracco

Ma Giovanni Ranza non era un cacciatore comune. Come nelle sue stalle voleva le mucche e i cavalli di razza – egli viaggiava sempre con un tiro a quattro di grande effetto – così ambiva cacciare con cani che rivelassero, nel lavoro e nell’aspetto, i caratteri di un tipo ben certo e che appagassero le sue ambizioni di allevatore di classe.

I saltimbanchi e il Micheletti

In quei tempi, per puro caso, aveva posto le sue tende a Piacenza una famiglia di saltimbanchi. Il capoccia, un certo Micheletti, possedeva un cane bracco dal mantello bianco arancio che, a suo dire, aveva acquistato in Spagna ove aveva avuto occasione di recarsi durante le sue peregrinazioni… professionali.

Il Micheletti affermava che era un autentico bracco spagnolo: probabilmente la Spagna non l’aveva mai vista né il cane né il suo padrone, anche perché a quei tempi – ed anche ora in Provincia era consuetudine chiamare «spagnoli» i bracchi in genere per lo più a mantello chiaro, piuttosto grandi di mole. Comunque il cane posseduto dal Micheletti non era niente di straordinario. Magro per il poco cibo che il suo padrone gli forniva, malandato in salute, rivelava soltanto una viva intelligenza e un gran desiderio di rendersi utile a chi gli dava da mangiare.

Il Micheletti, che non era un cacciatore non lo aveva mai portato sulla selvaggina ma gli aveva insegnato invece qualche esercizio che divertiva il pubblico e, soprattutto, lo aveva ammaestrato a girare con un cappello in bocca alla fine degli spettacoli nelle improvvisate arene sulle piazze dei villaggi, ove egli e i suoi familiari si esibivano in capriole e salti mortali.

Un accoppiamento “magico” alla base del bracco Ranza

Quel cane venne in possesso di un agricoltore delle vicinanze, un certo Astorri che colpito dalla sua straordinaria intelligenza lo comperò per quaranta lire e se lo portò nella sua fattoria «il Quercione» di Podenzano.

Ma forse perché la vita nomade dei saltimbanchi gli aveva messo nel sangue il desiderio delle avventure e l’avversione per le catene e i collari il nuovo acquisto lasciò un giorno in asso il nuovo padrone e fuggì per la campagna. Lo trovò un contadino che era diretto a Casturzano ove abitava Giovanni Ranza che proprio in quel tempo aveva una cagna in calore. I due bracchi si accoppiarono. Successivamente il maschio venne restituito all’Astorri.

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Un Bracco Ranza del Sig. Conti Speri di Sala Baganza

La “Flora” ricevuta in dono dal marchese Gaetano Douglas Scotti

La femmina che si unì con tale soggetto era una bracca da ferma dal mantello roano marrone chiamata « Flora» che il Ranza aveva avuto in regalo dal marchese Gaetano Douglas Scotti di Vigoleno al quale era pervenuta in dono, insieme con un maschio della stessa razza, dal duca Carlo III di Borbone allora signore di Parma e Piacenza. Era una splendida cagna assai brava in caccia e i Ranza la tenevano in grande considerazione.

Anch’essa era considerata una bracca spagnola e noi pensiamo che l’origine iberica di «Flora» sia più accettabile di quella del suo occasionale marito. I Borboni infatti avevano in passato ricevuto dalla Spagna numerosi cani da ferma.

L’origine spagnola di Flora e la testimonianza del Marchese Idelfonso Stanga

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Il Marchese Idelfonso Stanga

Il M.se Ildefonso Stanga, al riguardo mi avverte che Maria Amalia d’Austria, Duchessa di Parma e moglie di Don Ferdinando di Borbone, la quale nutrì nella sua movimentata esistenza le più svariate passioni, ne ebbe una particolarmente viva per la caccia e i cani.

A proposito di questi il Marchese Ildefonso Stanga, nel farmi dono del suo volume su Maria Amalia di Borbone, mi ricorda le ricerche da lui eseguite e le lettere rintracciate di Don Ferdinando di Borbone, scritte nel 1786 a ministri e conoscenti del tempo, dalle quali si rivela come il giovane sovrano «pur vivendo lontano dalla moglie e non sempre in buona armonia con essa, non perdeva occasioni per assecondarla in ogni suo desiderio.

E fu certo per arrecarle piacere che tanto si adoperò per farle arrivare uccelli esotici e soprattutto cani da ferma dal. la Spagna. L’invio più saliente fu fatto dal principe delle Asturie nella Primavera del 1786 e si tratto di perdigheros» o cani specializzati nella caccia della pernice.

A tale riguardo lo Stanga conclude nel modo seguente: Questi cani incrociati col bracco preesistente, diedero origine al bracco piacentino bianco marrone, chiamato bracco Ranza

I bracchi spagnoli e la probabile discendenza dai perdigheros

E un fatto certo, comunque, che i Borboni possedettero e allevarono per molti anni i bracchi spagnoli nella loro tenuta di caccia di Sala Baganza ed è quindi molto probabile che la cagna pervenuta a Giovanni Ranza per il tramite del M.se Douglas Scotti fosse realmente una discendente dei bracchi perdigheros a suo tempo da essi importati.

La versione dell’ufficiale tedesco e della genesi tedesca o austriaca

 

 

 

C’è però qualche altro – che io cito solo per obiettività pur non condividendone le opinioni – che assicura che la cagna in parola era stata portata in Italia da un ufficiale tedesco che poi la regalò al marchese Scotti dal quale perviene a Giovanni Ranza; e che questi la fece coprire da un maschio sconosciuto che aveva un mantello unicolore marrone e che aveva seguito un giorno la sua carrozza da Piacenza a Carpaneto.

Tale versione, affacciata molti anni fa anche dal conte Marazzani di Piacenza allevatore appassionato di bracchi piacentini, tenderebbe a far supporre che alla formazione del bracco Ranza abbia contribuito il sangue di una bracca tedesca o austriaca.

La tesi più accreditata sul bracco Ranza

Le notizie che io ho raccolto dalle persone tuttora viventi meglio qualificate per discutere tale argomento e le note che ho potuto consultare lasciate da cinofili piacentini che nel secolo scorso si dedicarono con grande passione all’allevamento dei bracchi, sono però unanimi nel riconoscere che il bracco Ranza derivi dall’accoppiamento di due bracchi, dei quali uno di probabile origine spagnola, avvenuto nel modo per primo indicato.

Anche i nipoti di Giovanni Ranza non hanno dubbi al riguardo: essi ancor oggi affermano che il loro nonno sempre disse che Flora era una bracca spagnola.

bracco Ranza e bracco piacentino
A sinistra Milan del Trebbia, bracco italiano piacentino di taglia grande, ma “agile”. A destra un Bracco Ranza del Sig. Conti Speri di Sala Baganza. Anche i Ranza erano piacentini, ma dalla struttura più piccola. Due tipologie di bracco italiano diverse, ma entrambe importanti nell’evoluzione della razza.

Del resto i bracchi tedeschi, cosi come conosciamo oggi, non esistevano a quel tempo. Il Kurzhaar vide la sua formazione verso il 1890 – quarant’anni dopo cioè i fatti che abbiamo ricordato – e prima di tale epoca in Germania e anche in Austria i bracchi esistenti erano del tipo spagnolo o italiano pervenuti in quei paesi da importazioni eseguite attraverso la Francia e l’Italia.

E da presumersi che era allora più facile trovare in Austria cani bracchi italiani che non in Italia dei bracchi tedeschi; ed è da ammettersi che, anche nel caso di bracchi venuti in Italia d’oltralpe, doveva trattarsi di soggetti uguali a quelli che viveva no nel nostro paese.

 

 

 

All’inizio del presente articolo ho detto di ritenere che la data in cui avvenne l’accoppiamento dei due soggetti dai quali derivarono i bracchi Ranza cade verso il 1850.

Tale affermazione è confermata dal fatto che Giovanni Ranza nacque nel 1810 e non era più un ragazzo quando ebbe la prima cucciolata; ma anche dal rilievo che pure il marchese Gaetano Douglas Scotti era nato nel 1817 – mori poi nel 1876 – e soprattutto dalla constatazione che Carlo III di Borbone fu proclamato Duca di Parma e di Piacenza nel 1849 e visse fino al 1854.

Pluto, il capostipite dei bracchi Ranza

Dall’accoppiamento avvenuto nella fattoria di Casturzano non derivò subito e come per miracolo – qualcuno l’ha però scritto – il bracco Ranza già fissato in purezza. Sarebbe ingenuo crederlo e sarebbe anche fare un torto a Giovanni Ranza che vi lavorò attorno tutto il resto della sua vita.

Ma è certo però che subito nella prima cucciolata vi fu un esemplare cui fu posto il nome di Pluto dal mantello roano, che si guadagno le simpatie del proprio allevatore e che rivelo in seguito doti meravigliose.

Un bracco Ranza del 1900

Fu questo il vero capostipite dei «ranza; razzatore insuperabile trasmise nei suoi discendenti le proprie eccezionali qualità che attraverso le successive generazioni vennero fissate in soggetti di tipo costante

Il metodo di allevamento di Giovanni Ranza

Opera di selezione fu comunque indubbiamente assai lunga e, forse, furono i figli di Giovanni Ranza che la condussero a termine nella seconda metà del secolo scorso. Ne aveva 22, nati da tre mogli e i maschi erano quasi tutti cacciatori: da questi nacquero diverse decine di altri nipoti, in gran parte cacciatori anch’essi. Insieme con la passione per la caccia, egli tramandò ai suoi discendenti il compito di conservare pura la razza che creato; raccomandando ad essi di non lasciarsi fuorviare dalle tendenze modernistiche o da illusioni, ma di selezionare, selezionare sempre e soltanto con il materiale già ottimo che egli aveva lasciato. Tale e raccomandazione fu accettata dai familiari come un impegno d’onore.

 

Una selezione forzata che portò alla scomparsa della razza

Forse esagerarono nell’osservarla e forse a tale esagerazione si deve la scomparsa della razza, avvenuta circa settanta anni dopo la sua formazione; perché i Ranza adottandola alla lettera, sopprimendo tutti i cuccioli che non ritenevano in tipo, non cedendo mai alcuna femmina nè ad amici nè a conoscenti al di fuori della loro famiglia, insistendo forse in una consanguineità troppo stretta che, benefica all’inizio, a lungo andare si rivelo deleteria, non riuscirono ad evitare la decadenza e, in ultimo, la scomparsa di quei cani che avevano per tanti anni costituito il loro legittimo orgoglio e che avevano reso noto ai cacciatori e ai cinofili il nome della loro casata.

Considerazioni postume queste, e ben difficili, a farsi; ma che nulla tolgono al merito di questa famiglia che tramando di padre in figlio, senza ambizioni personali e senza propositi speculativi – così comuni oggi presso alcuni allevatori – il culto per un dato tipo di cane del quale vide entro le mura delle proprie case il nascere, il prosperare e il morire.

Le testimonianze di Alfredo Ranza

Queste notizie che io racconto mi sono state fornite in gran parte da Alfredo Ranza, ultimo discendente della famiglia che viveva nella sua proprietà denominata Coletta in Comune di Corte maggiore, situata nei pressi di Roncaglia, un po’ più a nord e a valle di Carpaneto. Egli le ha apprese dalla viva voce del nonno Giovanni, dal padre e dagli zii dai quali ereditò anche la passione per la caccia e per i cani che egli allevò, insieme coi cugini.

bracchi ranza
Alfredo Ranza

La straordinarietà del bracco Ranza

Cani eccezionali, mi ha assicurato, che non rallentavano mai la loro azione dopo un’intera giornata di caccia che non abbassavano mai la testa a sfiorare il terreno, che riportavano una lepre da chilometri di distanza allorché la loro esuberante passione li spingeva ad inseguirla ferita e a raggiungerla stremata di forze.

Trottatori instancabili, che conoscevano per istinto il metodo dell’incrocio e le malizie del selvatico e che con-ducevano essi il padrone a caccia senza bisogno di richiami né di correzioni; disposti anche taluni ad abbandonarlo e a ritornarsene soli a casa – così Alfredo Ranza assicura – quando le «padelle» del cacciatore superavano il limite della loro tollerabilità e della loro pazienza.

Le caratteristiche del Bracco Ranza

Ho qui davanti a me, scritti da Alfredo Ranza di proprio pugno, alcuni appunti nei quali egli ha raccolto i ricordi e le impressioni sui cani che vissero nella sua casa. Non credo sia male trascriverli.

I lettori cinofili e venatori che negli anni hanno assistito a dispute talora assai vivaci e a polemiche acerbe sui cani da caccia italiani e che ora seguono con interesse i tentativi che gli amatori di tali razze fanno per rivalorizzarle e per migliorarle, non disdegneremo certamente di conoscere quanto dice dei bracchi ranza colui che li allevò per trenta anni e che, per averli perduti, certamente prova più di qualsiasi altro il dolore di non poter lasciare ai propri figli il retaggio che egli ricevette dal padre e dal nonno.

Il bracco Ranza è un cane di media taglia con una statura per i maschi di circa 60 cm al garrese. Un po’ più piccola e la femmina. Il peso si aggira sui 32 chilogrammi.

Pelo corto e fitto; mantello roano con macchie marrone. Il marrone deve essere piuttosto chiaro, di colore «foglia morta» o «tabacco» o «tonaca di frate».

Maschera facciale simmetrica, preferita la riga di color roano sulla fronte e il «collare» roano sul collo e sulle spalle. I Ranza scartavano i cani che non avevano queste caratteristiche. Testa schiacciata ai lati e sviluppata all’occipite; canna nasale lievemente montonina o diritta; narici e mucosa rosa. Muso piuttosto quadrato, mai appuntito. Labbro superiore non troppo abbondante, nè cadente.

 

 

– Orecchie lunghe e cadenti, attaccate sulla linea degli occhi.

Occhio normale, mai infossato, mai con la palpebra inferiore aperta o cadente.

Collo forte, piuttosto corto. Gola normale senza giogaia.

Garrese alto, dorso mai avallato

Arti anteriori robusti, diritti, in appiombo. Arti posteriori forti, con garretto non troppo piegato.

Piedi raccolti, dita unite, suole dure e resistenti alle asperità del terreno. Pregiato il quinto dito o sperone semplice, aderente al tarso. Non è preferito lo sperone doppio snodato che si strappa facilmente contro gli sterpi.

Coda portata orizzontale durante la caccia, leggermente inclinata in basso. Va amputata da 15 a 20 cm di lunghezza.

 

Cane robusto e svelto, più resistente al caldo che al freddo, di indole buona, docile, vivace, intelligente. Facile ad ammae strare, è adatto a tutte le caccie. Preferisce l’asciutto sia al piano che al monte. Non disdegna però di entrare anche nell’acqua. Ot timo nella macchia.

Caccia sempre al trotto, velocemente a testa alta e muso al vento. Incrocio naturale, ferma solida e odorato superiore a distanza. Riporta con facilità qualsiasi capo di selvaggina.

Forse la sua terminologia non è sempre esatta e le parole non sono sempre bene appropriate. Però bastano certamente a dare l’idea precisa del bracco italiano Ranza tipico, così come lo conobbero i cacciatori italiani che hanno oggi più di cinquanta anni di età.

La testimonianza dell’avvocato Toselli sul bracco Ranza

L’avvocato Toselli che fu anch’egli un appassionato allevatore di bracchi piacentini, in una memoria che dopo la sua morte il figlio ha rintracciata e mi ha ora gentilmente prestata, scrive sul bracco Ranza quanto segue:

 

I caratteri naturali di questi tipici cani furono la pronta attitudine alla caccia sin dai primi mesi della nascita, il riporto innato, il grande olfatto, la cerca incrociata, l’ubbidienza e la resistenza. Erano cani di non grande taglia (60-65 cm) dal mantello roano marrone spesso completamente «tonaca di frate» eccetto il petto e gli arti che mantenevano il roano picchiettato o grigio ferro.

Pelo brillante, finissimo e quasi setaceo sulla nuca e sull’orecchio, muso piuttosto lungo con canna nasale leggermente montonina, linee della testa brusche e ben cesellate, poche rughe, labbra sobrie. Occhio scuro oraceo, difettosi taluni per l’ogiva cadente.

Orecchio non eccessivo in lunghezza ma ben accartocciato, morbido, cadente con voluta ed attaccato al livello dell’occhio. Salto fronto nasale leggermente accentuato, protuberanza occipitale pronunciata, cranio stretto ai parietali, buonissimi appiombi, piedi piccoli con dita ben unite e suole elastiche brune, unghie marrone, speronati sempre o semplici o doppi, coda finissima, sempre ben portata.

La struttura scheletrica armonica elegante leggera denotava nello stesso tempo una non comune vigoria. Rene corto, arcuato, ben raggruppato con la groppa, coscia distesa. Movimento ampio, svelto; sviluppo dell’azione al trotto slanciato, sempre sotto, ubbidientissimi.

Tali note non contrastano, anzi completano quelle affidatemi da Alfredo Ranza che forse ha riportato nel suo scritto soprattutto quanto egli ricorda del bracco Ranza posseduti nel secolo scorso dalla sua famiglia, indicando i caratteri morfologici che egli e i suoi tendevano a porre in rilievo.

Del resto le uniche discordanze tra quanto scrive il Ranza e ciò che afferma il Toselli riguardano il colore del mantello – che quest’ultimo ammette anche grigio ferro e la mole, che il Ranza precisa in 60 centimetri e che il Toselli invece indica in misura ancora superiore.

Per il resto non esiste alcuna discordanza tra i due.

Le monte non controllate dei bracchi Ranza

Dai pochi maschi ceduti o regalati dai Ranza, da talune monte eseguite dagli stalloni di quest’ultimi – Alfredo Ranza mi ha narrato i sotterfugi usati da un suo fittabile che di notte portava le proprie femmine in calore sull’aia della fattoria ove egli teneva i suoi maschi – derivarono in Provincia di Piacenza e soprattutto nella zona compresa tra le valli del Nure e dell’Arda cani molto simili a quelli che i Ranza avevano reso famosi.

Allignarono così diversi piccoli allevamenti, senza alcuna pretesa, presso gli agricoltori del luogo taluni dei quali trovarono comodo sfruttare il nome dei Ranza per vendere i propri cuccioli ovunque capitasse.

Ciò si verificò soprattutto nel periodo tra il 1880 e il 1900, che costituì l’epoca in cui i cani Ranza ebbero la più larga diffusione. Non era raro vedere cuccioli offerti in vendita come puri Ranza sui mercati dei villaggi a dieci o quindici lire di allora.

Per la verità non tutti erano di razza pura e in molti di essi il sangue Ranza doveva essere abbastanza diluito. Tuttavia le caratteristiche tipiche erano sufficientemente uniformi e le richieste erano numerose. La Provincia di Piacenza però annovera anche cinofili seri e valorosi che seppero in passato selezionare per loro conto i bracchi locali – Ranza» e non Ranza – e ricavarne un tipo che, sotto il nome di bracco piacentino, ebbe all’inizio del secolo quando il bracco Ranza vero era ormai in diminuzione – una grande rinomanza tra i cacciatori italiani.

Autore: Paolo Ciceri

Fonte: Il bracco italiano – Edizione S.T.S. Italiana ottobre 1979 

 

 

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