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La palingenesi del bracco italiano: un cane inutile?

Punto della situazione

Se dicessimo di voler scoprire il bracco italiano come razza, penseremmo che si tratti “dell’uovo di Colombo“, una cosa semplice, forse anche banale, alla portata delle nostre possibilità ma a cui, forse, non avevamo pensato distratti dal canto di mille sirene.

E invece non è proprio così banale come sembra e forse sarebbe il caso di parlare di sforzo per la riscoperta, perché il retaggio di una cultura deviante ci ha fatto distogliere lo sguardo da una razza estremamente interessante, dal punto di vista venatorio, e molto importante per il suo valore storico. Perso l’obiettivo, abbiamo perso pure lo strumento e anche l’interesse, relegando sempre più la razza ad una nicchia di cultori.

Non ho mai capito, in realtà, se il fatto di appartenere ad una nicchia fosse un dato positivo o negativo, o meglio l’ho compreso in ritardo.

All’inizio ritenevo che fosse un aspetto molto positivo in quanto contrastava con la diffusione ampiamente commerciale di altre razze che venivano incrociate “ad abudantiam” per l’alto numero di cuccioli richiesti sul mercato. Ma con l’esperienza mi sono via via accorto che il rimanere nicchia iniziava a manifestare tutte le proprie pecche, perché forse per il timore di assottigliarsi troppo, forse per la paura di perdere troppo terreno nei confronti di altre razze, ha fatto sì che si sia iniziato a chiudere un occhio su determinate caratteristiche peculiari e caratterizzanti la razza, si sia ceduto, per esempio, alle lusinghe progressiste, presenti anche in campo cinegetico, tutte votate alla consacrazione della velocità come unico e imperante elemento di valutazione. Lo snaturamento del Bracco Italiano era, e forse ancora è, ad un passo.

Da semplice appassionato della razza non pretendo di insegnare niente, ma da semplice cacciatore, ancora più semplice di quello che si potrebbe credere al giorno d’oggi, sono convinto che in quel dna da bracco italiano sia ancora racchiusa la chiave di volta di tutta la razza e che ancora qualcosa si può salvare se la selezione avviene dal basso ma con le opportune conoscenze. Quindi parlo di selezione fatta sulla funzione e non sul tipo, parlo di rispetto della razza e dei suoi canoni senza volerli snaturare.

Da amatore della razza e da cacciatore, non sono d’accordo con bracchi che sembrano pointer, ma non mi piacciono neanche quelli che ti pestano i piedi.

Perché ho scelto il bracco italiano

Quando si aveva ancora la buona abitudine di leggere e chi scriveva lo faceva con senso e criterio, parlo di alcuni anni prima dell’avvento dei social, ero molto appassionato degli scritti del compianto Massimo Scheggi. Le sue analisi e le descrizioni relativamente al bracco italiano mi facevano bramare di possederne uno. Ma ero ancora un ragazzo quindi dovevo convincere innanzitutto mio padre. Questi, amante delle razze inglesi, mi mise a confronto con tanti cacciatori delle nostre parti e nella maggior parte dei casi i commenti che ricevevo erano i seguenti:

<< è un cane per anziani>>, <<è lento, soffre il caldo e sbava con tutta quella pelle e giogaia>>, << ottimo cane da beccaccini e da risaie>> ma qui in Sicilia non ve ne sono…<< quello è il cane che acquisterò quando sarò un ultra settantenne con la voglia di cacciare ancora>>

Queste erano le considerazioni nei confronti del bracco italiano.

Ora capite bene che in un’epoca seppur non troppo remota ma comunque ante-internet, vivendo nel sud della Sicilia senza troppe possibilità di confrontarsi o di trovare allevamenti nelle vicinanze, dovendo operare le scelte solo sulla base di quanto scritto da un signore di Firenze che neanche conoscevo e contro tutti i giudizi negativi ricevuti, la mia ostinazione nell’avere un cane del genere fu diabolica.

Infatti, qualcosa mi suggeriva il contrario di tutto quello che mi si diceva e ritenevo che le parole di Massimo Scheggi fossero profondamente sensate.

Nell’operare la mia scelta avevo fatto una valutazione, il territorio stava ampiamente mutando, con ambienti sempre più ristretti, piccoli appezzamenti di sporco tra campi arati, brevi coste, così la mia prima esigenza era quella di avere un cane che non spaziasse molto ma che si limitasse a ispezionare quegli ambienti che potenzialmente potevano ospitare un selvatico. Ecco, il mio convincimento era tutto basato su questo aspetto. Scoprì in seguito di aver ampiamente sbagliato valutazione, nel senso che il bracco italiano non era un cane limitato nelle aperture, ma era un cane da caccia che si adattava al territorio che affrontava fino ad autolimitare la sua andatura e le sue escursioni.

Altra necessità che un eventuale bracco italiano avrebbe potuto soddisfare era quella del recupero dei capi feriti o catturati, in quanto il pointer che possedevamo in quel momento, ottimo scovatore, ne era in pratica sprovvisto.

Ritenevo ancora, e sempre erroneamente, che il passo lento del bracco avrebbe potuto ridurre per gelosia quello del pointer.

Inoltre, la mia convinzione era che non fosse un cane per cacciatori avanti negli anni, che la sua andatura potesse ben associarsi ad un cacciatore giovane in grado di coprire molto terreno con il cane che cacciasse a stretto giro, di converso un cacciatore più anziano avrebbe dovuto avere un cane che coprisse più terreno compensando l’andatura più lenta e limitata del suo cacciatore.

Le prime esperienze

Dopo varie ricerche decidemmo di scegliere un allevamento del sud Italia più esattamente di Reggio Calabria denominato “Della Croccia”, con la convinzione che i soggetti forniti provenissero da una selezione di cani abituati alla nostra macchia e alle nostre temperature.

Quando arrivò il cucciolo bianco-arancio di 70 giorni, osservai subito un cane vispo, a volte buffo nei suoi atteggiamenti, molto caratteristico, con un’importante struttura ossea e muscolare, schiena e lombi perfetti, gli immancabili speroni nelle due zampe posteriori, molto bene a piombo, l’unica cosa che mi straniva, ma che gradivo, era l’aderenza della pelle assolutamente proporzionata e non cadente. Un po’ timido, ma appena in campagna si dimenticava del mondo intorno e si perdeva tra i mille effluvi sconosciuti che leggeva nell’aria. Ero molto soddisfatto e non vedevo l’ora che compisse i 6 mesi per iniziare a portarlo sul terreno.

Le prime uscite risultarono però disastrose e il mio giovane fegato rischiava di scoppiare soddisfacendo tutti quelli che mi avevano sconsigliato l’acquisto.

Gli interventi di mio padre erano molto duri e producevano più disastri che benefici, ma condividevo il fatto che l’atteggiamento del cane era fortemente indisponente. Il risultato era tutto il contrario di quello che mi ero raffigurato mentalmente. Punto primo galoppava e non trottava, sopravanzando di gran lunga il pointer anche nella distanza. Nel recupero della selvaggina abbattuta era effettivamente efficacissimo se non che la divorava in un attimo. Una volta recuperò una beccaccia caduta in un roveto e assicuratosi che non potevamo raggiungerlo, si accucciò a consumare il ricco pasto. Non parliamo poi con le quaglie.

Insomma un disastro, volevo disfarmene. Raccontando la cosa ad un esperiente cacciatore, mi consigliò di attendere in quanto il cane aveva comunque delle buone doti olfattive e comunque era più semplice ridurre un cane che viaggiava lungo rispetto ad uno che rimaneva tra i piedi. Riflettei molto su questo e iniziai a riconsiderare anche il mio comportamento nei confronti del cane che avevo iniziato a trattare con molto distacco. Compresi che quel bracco aveva bisogno di maggiore considerazione e sicuramente di essere trattato più morbidamente, tutta la sua reazione era dovuta ad un fatto di gelosia nei confronti del pointer, ma soprattutto voleva un rapporto univoco con me.

Restavano però i difetti da eliminare il più grave era sicuramente il fatto che divorasse la selvaggina, ma un consiglio dell’allevatore il dott. Santo Laro, mi risolse anche questo problema. Il bracco, Zeiro, iniziò a recuperare e riportare a fil di labbra senza più sciupare neanche le quaglie.

Contemporaneamente iniziò anche un’eccezionale capacità di consenso e rispetto del lavoro dell’altro cane. Portandolo a caccia da solo concentrava su di sé tutta l’attenzione dell’azione venatoria che durava dal momento dell’uscita dal trasportino fino al rientro al termine della battuta, con qualsiasi clima e temperatura. Recuperò la capacità di trotto rientrando perfettamente nei parametri di razza, aumentò il collegamento col fucile cacciando solo ed esclusivamente per consentire di catturare la preda.  

Prime soddisfazioni

Quello che mi colpiva di questo ausiliare era la capacità di andare a scovare la selvaggina in ogni posto, su ogni terreno e in ogni condizione, se non fossi andato a caccia di migratoria o di stanziale autoctona, qualcuno avrebbe potuto pensare che l’avessi posizionata io prima di iniziare la caccia.

Di tanto in tanto leggo di colleghi cacciatori che vogliono un cane specialista per un selvatico e cercano cuccioli figli di specialisti beccacciai, quaglisti o per cacce di montagna; ma vorrei rispondergli che con un bracco italiano avrebbero la possibilità di avere un ausiliare specialista nella caccia a qualsiasi specie essa sia condotta.

Di aneddoti e storie con questo ausiliare ne potrei raccontare a decine, non avevo bisogno di gareggiare o competere con chi possedeva altre razze, perché la superiorità era palese e incontestabile, ma soprattutto mi soddisfaceva completamente restituendomi il piacere e il sapore della vera caccia, goduta e vissuta in ogni suo attimo.

Analizzando queste situazioni oggi, penso che la superiorità del bracco italiano fosse tutta nella capacità “logica” e “razionale” di decifrare gli effluvi risalendo all’origine, ma soprattutto nell’abilità di adattarsi ad ogni terreno individuando con un altissimo senso del selvatico, possibili covi e ricoveri della selvaggina. Rappresenta esso stesso l’essenza di quel “festina lente” tanto decantato.

In quegli anni eravamo riusciti a creare sul territorio una riserva sociale. Le doti del mio Zeiro risplendevano sia su selvaggina immessa che migratoria e autoctona. Infatti, capitava che a step si lanciassero dei fagiani che si erano molto ben adattati, nonostante il caldo, alle condizioni climatiche e ambientali. Ci aiutavano a colmare quei periodi morti tra la partenza delle quaglie e l’arrivo delle beccacce, quando eravamo troppo stanchi per inseguire cotorne tra i monti.

Un giorno, recatoci presso una coltura di girasoli, trovammo una squadra di cacciatori con dei setter che ci avevano anticipato. Andammo oltre e concludemmo la nostra cacciata nei pressi di una piantagione di mais dove riuscimmo a prelevare due fagiani. Quel terreno non lo preferivo in quanto non mi consentiva di vedere il lavoro del cane, ma lo potevo seguire solo col campanello. Al ritorno, si era sul finire di settembre, trovammo i 4 cacciatori in un bagno di sudore, vicini alle loro auto, che chiaccheravano col guardiacaccia. Avevano trovato anche loro due fagiani ma ne avevano preso uno solo. Una femmina gli era volata davanti ai cani ma non erano più riusciti a trovarla. Già pregustando la scena, conoscendo molto bene il mio ausiliare, il guardiacaccia mi chiese se potevo farmi un giro nel girasole perché i signori venivano da fuori erano ospiti della riserva e insomma un altro capo gli avrebbe fatto comodo. Ero indeciso perché non volevo strapazzare troppo il cane, comunque aperto il cofano Zeiro volò giù frizzante come se non avesse ancora cacciato, mio padre rimase col gruppo. Quelli mi guardavano perplessi da lontano.

Col cane al mio fianco, senza guinzaglio, attraversai la strada. Caricato il fucile con un solo colpo diedi il via al bracco che iniziò immediatamente a perlustrare la parte alta della piantagione, arrivò fino alla fine del quadrato che disegnava e tornò verso di me venti metri più in basso. Giunto a 50 metri dalla mia posizione con un trotto che via via diveniva più lento, mentre la canna nasale alta decifrava l’odore portandolo fino alla sorgente dell’emanazione, andò in ferma, alta, possente e perentoria. Preferì non guardare verso il gruppo che mi osservava da lontano perché la troppa soddisfazione mi avrebbe fatto fallare il colpo, volò la fagiana verso l’avvallamento pronta s distendere le ali per la planata finale. Tornai in auto camminando davanti al bracco che mi seguiva impettito con la fagiana in bocca. Al varco mi feci affiancare e camminammo così fino a raggiungere l’auto, mi porse il selvatico e lo offrì agli infastiditi colleghi che lo rifiutarano prontamente.

Questa fu una delle tante e continue prestazioni ad alto livello del mio bracco Italiano.

Alla prossima!

6 commenti su “La palingenesi del bracco italiano: un cane inutile?”

  1. Rolando Salvatori

    Secondo me il bracco italiano paragonandolo ad un auto, è un ottimo fuoristrada che ti permette di arrivare ovunque, i cani inglesi sono da paragonare ad auto sportive , che solo in poche strade possono esprimere le loro prestazioni.
    Il bracco italiano oltre a tantissime doti ne ha una importantissa è sempre in simbiosi con il suo padrone non lo perde mai di vista e caccia per lui.

  2. Il sig. Rolando Salvatore fu un utilizzatore dei della CROCCIA , già negli anni 70, famosa la sua mitica bracca beccacciara Laila della CROCCIA.

  3. Eravamo in Albania nel ‘93 a coturnici
    Un setter un pointer e la mia bracca Este
    Dopo tre giorni su terreno pietroso i due inglesi spiedati
    La mia Este da sola per altri 12 gg danzando fra i sassi cacciò per tutti🤩🤩

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