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La funzione del bracco italiano ed il suo stile

La funzione del bracco italiano da cui dipende il rendimento e lo “stile” come elemento distintivo delle razze

Di Cesare Bonasegale

Riguarda tutte le razze da ferma, ma mi soffermo più che altro sulla funzione del Bracco italiano – che mi è più vicino – perché un articolo troppo lungo non lo leggerebbe nessuno.

Gli aspetti generali della funzione del bracco italiano

Nel cane da ferma, funzione vuol dire rendimento. La funzione è fatta salva quando grande passione ed avidità sono a sostegno di una cerca impegnata che si esprime in un percorso che consente l’ottimale esplorazione di tutto il terreno disponibile.

La funzione

La funzione implica anche potenza olfattiva e la capacità di farne buon uso. In certi casi è funzionale anche la correttezza: il cane che rincorre a fondo la lepre si rende irreperibile per un periodo di tempo più o meno lungo, durante il quale la funzione viene meno.

Lo stile

Lo stile è il modo con cui ciascuna razza svolge la funzione. Lo stile quindi è l’essenza della razza, il mezzo con cui l’una si differenzia dall’altra. Se mirassimo soltanto al rendimento – fregandocene dello stile – avremmo fatto coi cani da ferma quel che è stato fatto coi cavalli da corsa, cioè un’unica razza che esprime la massima velocità al galoppo ed un’altra che fa la medesima cosa, ma al trotto. Nei cani invece si è voluto mantenere le molte razze create nel tempo e nei vari Paesi dai cacciatori, salvaguardando così i relativi patrimoni genetici e culturali ed appagando i gusti dei singoli. Esistono perciò tante razze, tutte funzionali eppure tutte diverse e, per l’appunto, lo stile è il loro modo di essere diverse.

Il rapporto di priorità tra stile ed effcienza

Nella valutazione di stile ed efficienza deve essere sempre presente un rapporto di priorità: efficienza senza stile (o con carenze stilistiche) può voler dire comunque un buon cane da caccia, che però non può essere considerato rappresentativo della razza. Ma stile senza efficienza è fumo senza arrosto, vuol dire un cane inutile sia al cacciatore che al cinofilo, uno scarto a tutti gli effetti. Quindi soltanto dopo aver appurato che il cane è valido sul piano funzionale della caccia ci si può permettere di valutare ed apprezzare le sue doti stilistiche: il grande stilista che corre per correre, quello non impegnato nella cerca, che va con gli occhi anziché con il naso, che corre come un robot, che incontra raramente ed ancor più raramente ferma è un soggetto dannoso, perché prima o poi troverà il coglione che lo impiega come riproduttore!

Saper valutare l’efficienza dell’azione

I cinofili parlano sempre soltanto – o quasi – di stile: decantano il galoppo magnificamente radente di quel Setter, quello tipicamente rampante di un certo Kurzhaar, l’esemplare andatura saltellante di un Breton, il trotto entusiasmante di un Bracco italiano. Mai che a ciò si anteponga l’intelligenza di cerca, il modo di prendere il vento, di affrontare e risolvere le emanazioni: forse perché l’andatura in stile la vede chiunque – o quasi. Ma per valutare l’efficienza dell’azione di un cane bisogna esser cacciatori ed aver fatto tanta esperienza a diretto contatto con i cani e con la selvaggina, quella vera. E son cose che, se le impari, è perché te le hanno insegnate loro, i cani ed i selvatici, andando a caccia.

Non c’è stile senza versatilità

Il concetto di stile non può prescindere dalla versatilità. Voglio dire che tutti gli stili di razza sono validi per tutti i tipi di caccia, né mai manifestazioni stilistiche che caratterizzano una razza possono essere considerate limitative dell’impiego in un determinato ambiente o su di un determinato selvatico.

Detto ciò, esistono spiccate preferenze di alcuni cani per certi ambienti e per certi tipi di selvaggina, ma son fatti soggettivi e non di razza: ho avuto Pointer che non volevano saperne di metter piede nel bagnato, eppure altri sono emeriti beccaccinisti; c’è chi sostiene che le razze a pelo lungo e ruvido sono più adatte per la beccaccia perché meglio sopportano il disagio del bosco: ancora storie clamorosamente smentite dalle esperienze di innumerevoli cacciatori , me compreso.

Quindi tutte le razze – cioè tutti gli stili – sono egualmente idonei per tutte le cacce.

La verifica della funzione prima dello stile

E come farà l’impetuoso Pointer a metter in mostra la sua tipica andatura in un fitto bosco popolato da beccacce o scaltri fagiani? La risposta è, semplicemente, che in quel frangente l’andatura non sarà verificabile e la valutazione della tipicità del lavoro sarà affidata ad altre manifestazioni dello stile. E non sarà una grave rinuncia perché, in compenso, ci sarà l’importantissima verifica sulla funzione (cioè sull’intelligenza con cui esplora il bosco, sul collegamento spontaneo, sulle capacità di trattare ostinati pedinatori, ecc.)

Assurdo quindi sostenere che il Pointer può essere visto soltanto nei grandi spazi a starne, così come è altrettanto assurdo dire che il Bracco italiano è cane per terreni dagli spazi ristretti: entrambi sono cani da caccia che devono dimostrare la loro efficienza ed il loro stile su tutti i terreni e su tutti i selvatici.

Siamo sicuri che lo stile sia funzionale?

Non condivido l’opinione di quanti sostengono che lo stile – oltre a differenziare le razze – è funzionale. È discutibile attribuire, per esempio, funzionalità allo stile di ferma accovacciata tipico del Setter perché sarebbe come sostenere che non altrettanto funzionale è la ferma eretta del Pointer. Ed è una scemenza. Così come per il Pointer, anche per il Bracco italiano lo standard impone rigorosamente la ferma eretta, coerente con identico atteggiamento della filata, in cui la testa ben elevata è funzionale per captare le emanazioni che – provenendo da lungi –l’aria tiene sospese più in alto. Per lo Spinone, il cui standard di lavoro si limitava a dire “vedi Bracco italiano”, la ferma può invece essere leggermente schiacciata, senza che la differenza fra i due Continentali italiani abbia alcuna giustificazione. Per il Bracco italiano il trotto è il modo con cui la razza si differenzia molto palesemente dalle altre e questa andatura, che fa parte del suo specifico patrimonio genetico, è coerente con la sua struttura morfologica e con la sua psiche. Se non avesse quell’andatura così bella e spettacolare, io non avrei mai scelto di dedicarmi al Bracco italiano.(*)

 

 

L’ambio è un’andatura geneticamente trasmessa come carattere recessivo, funzionalmente efficace, ma brutta a vedersi e stilisticamente non ammessa per il Bracco italiano. L’attitudine all’ambio generalmente si evidenzia in età adulta, a volte in soggetti che alternano questa sgraziata andatura con bellissime fasi di trotto. Non bisogna però lasciarsi fuorviare, perché gli ambiatori vanno categoricamente esclusi dalla riproduzione.


Però il trotto del Bracco italiano non è più funzionale del galoppo del Kurzhaar.
È difficile sostenere la funzionalità della guidata a strappi del Pointer, che però è coerente con il suo carattere. Ecco perché sostengo che lo stile non è necessariamente funzionale, ma è un’espressione zootecnica, estetica e culturale.
Vi sono casi in cui lo stile impone addirittura comportamenti che mal si conciliano con l’efficienza venatoria, come per esempio là dove si vuole che la presa di punto del Bracco italiano sia sempre morbida ed ammette lo scatto solo quando il cane si accorge all’ultimo istante di essere a ridosso della selvaggina. Le altre razze scattano in ferma non appena avvertono l’effluvio, mentre al Bracco italiano si chiede in pratica di fare ancora qualche metro prima dell’immobilità.
Come dire che per il Bracco italiano la presa di punto in stile implica riflessi lenti e quel passo in più che accorcia la distanza dal selvatico avventato.
Un tempo, quando i Bracchi italiani erano dei polentoni, forse la cosa era accettabile, ma ora, che trottano veloci, è assolutamente controproducente.
Intendiamoci: allorché esistono le condizioni oggettive per eseguire la filata, non solo il Bracco italiano, ma

anche il Kurzhaar e persino il Setter sono morbidi nella presa di punto; però nessuno penalizza quelle razze quando scattano in ferma: se l’emanazione perviene improvvisa e perentoria, anche da lontano, tutti i cani devono fermare nel più breve tempo possibile, perché la prontezza dei riflessi è un pregio in assoluto di qualunque razza e nessuno stile può imporre il contrario.
Comunque, fra le funzioni del cane da caccia, la ferma è forse la più difficile da giudicare, perché nessuno di noi è in grado di valutare come è arrivato l’effluvio nel naso del cane ed è quindi arduo statuire a priori il modo con cui il cane deve reagire allo stimolo olfattivo.
La valutazione di una ferma di scatto su un selvatico vicino va rinviata ad ulteriori verifiche per fugare i dubbi non sullo stile, ma sulla potenza olfattiva, così da appurare se la ferma corta è stato un lodevole salvataggio in extremis, oppure il costante risultato di un cane con poco naso. Perché mai allora lo standard del Bracco italiano condanna la ferma di scatto?. Il motivo è che nei primi decenni del ‘900 vi furono molte immissioni di sangue Pointer, cioè una razza che notoriamente ferma di scatto. Quindi, per riappropriarci della purezza della razza, ci fu la pensata di eliminare i soggetti che – fermando di scatto – denunciavano l’influenza del Pointer, anche se il loro comportamento era ineccepibile sul piano del rendimento.
Si tratta quindi di motivazioni storiche che oggi hanno perso la ragion d’essere.
Ma se dite una cosa del genere ai Soloni della braccofilia, la scomunica è assicurata!.
Il Bracco italiano in cerca deve muovere la coda al ritmo del trotto …..ed anche questo è stile.
Ma la coda è lo specchio del naso ……e questo è funzione!.

Infatti il cane che muove la coda in ferma vuol dirci che non riesce a decifrare chiaramente un’emanazione incerta (tant’è che quando il cane passa dal dubbio alla certezza, la coda si irrigidisce). Poi vi sono cani la cui coda in ferma non si irrigidisce mai (o quasi) e son cani di naso corto, come dimostrato dalle loro sporadiche ferme rigide in cui il selvatico è lì ad un passo, cioè alla portata del loro poco naso.
Quindi se c’è movimento di coda in ferma, si tratta di funzione e non di stile. Ho conosciuto cani che da giovani fermavano con movimento di coda, poi con l’età e l’esperienza le loro ferme son diventate rigide: dove non arriva il naso può arrivare il cervello, che insegna a decifrare le incerte percezioni di un naso scarso. In questo senso ho visto “miracoli”: un mio Bracco italiano il cui naso era poco più che sufficiente – cosa della quale avevo avuto prove e riprove –è diventato un ottimo beccaccinista.(A proposito: non ci sono cacce in cui ci vuole più naso che in altre; la potenza olfattiva è un pregio in assoluto su tutta la selvaggina, ma altrettanto importante è la capacità di farne buon uso. Un cane con naso mediocre, ma che sa usarlo bene, è senz’altro da preferire ad un altro con gran naso ma poco cervello).
Ma così come il movimento di coda

in ferma denuncia naso carente, in un Continentale italiano anche lo scodinzolare in cerca ad un ritmo più rapido delle battute del trotto è sintomo di poco naso o di scarso impegno olfattivo.
Anche in questo caso cioè la coda è lo specchio del naso.
E siccome il naso corto è un carattere geneticamente recessivo, sconsiglio di far accoppiare due cani che trottano con eccessivo movimento di coda perché probabilmente si fisserebbero le loro carenze olfattive. Anche la guidata è funzione indispensabile allorché il selvatico, dopo la ferma, si allontana a piedi: ma deve avvenire solo quando il conduttore è a fianco del cane per servirlo.
Se invece l’ausiliare rompe la ferma e guida di testa sua prima che il cacciatore gli sia vicino, lo fa a suo rischio e pericolo perché, se il selvatico parte mentre il cane è in movimento, è a tutti gli effetti “una ferma forzata”.
Se d’altro canto il selvatico regge, la guidata eseguita senza il controllo del conduttore cambia nome e diventa “una ferma aggiustata”.
E in questi casi non c’entra né la funzione del bracco italiano né lo stile, ma solo i preziosismi del regolamento.
A differenza d’altre razze, per il Bracco italiano la guidata non è occasione per esibire inconfondibile stile: nel Pointer deve essere a strappi, nel Setter si esige strisciante con le scapole che si muovono a stantuffo, nel piccolo Breton è nevrile, quasi riecheggiante quella del Pointer. Nel Bracco italiano la guidata è tendenzialmente eretta allorché, in terreno spoglio, nulla si frappone fra il suo naso ed il selvatico che si allontana a piedi. Ma se il fagiano (o la starna isolata) se ne va zigzagando fra folte erbe e rovi, il Bracco italiano può guidare un po’ schiacciato per abbinare – pur senza pistare – la percezione dell’emanazione sospesa

nell’aria con quella trattenuta dalla vegetazione.
E ciò senza che lo stile abbia a soffrirne.
E se il selvatico fermato resta immobile?
Il quesito apparentemente insignificante apre invece un argomento spinoso.
Il selvatico vero può anche essere restio a levarsi in volo, ma solo quando il cane non lo avverte. Allora a volte cerca scampo nell’immobilità lasciandosi quasi calpestare prima di frullare. Ma sotto la ferma del cane affiancato dal conduttore, o se ne va a piedi, o dopo un po’ esplode in volo. Se ci sono eccezioni, non fanno che confermare la regola.
Una volta in Sardegna vidi una pernice rimettersi ai piedi di un muretto e la mia Nisciulin la fermò da una decina di metri: non voleva saperne di partire e la trovai infilata in una fessura fra i sassi del muretto da dove si lasciò prendere con le mani. Un cacciatore di montagna mi ha riferito il caso analogo di una coturnice sbrancata, ma son cose che capitano una volta nella vita.
Non a caso nessuno standard di razza parla mai della “accostata” e tanto meno dello stile con cui eseguirla, proprio perché è un’aberrante azione che si giustifica solo su quaglie liberate e su balordi selvatici di voliera.
Se un fagianaccio, con evidente nostalgia del pollaio in cui è vissuto fino a pochi giorni prima, non frulla sotto ferma, la colpa non può essere attribuita al cane che si rifiuta di accostare (o come si sente dire, “che si rifiuta di guidare”).
In certe prove, però, è una situazione frequente che necessita della sensibilità e della capacità del giudice di capire quel che sta succedendo (e soprattutto dell’umiltà di chi è conscio che dai cani c’è sempre da imparare. Ma l’umiltà, ahimé, è rara virtù).

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