bracchi italiani di cornovecchio-46

Storia dei bracchi italiani di Cornovecchio e del Cav.Antonio Cattaneo

Tra i grandi affissi del bracco italiano fra fine ’800 e primo Novecento – di Regona e di Tregolo in testa – ce n’è uno che, per chi conosce davvero la razza, ha sempre avuto un’aura speciale: “di Cornovecchio”. In quel fazzoletto di pianura che il fiume Adda carezza tra Pizzighettone, Codogno e Castelnuovo Bocca d’Adda, questo nome ritorna di continuo nelle cronache d’epoca, nelle memorie di caccia e nelle genealogie ingiallite, sempre carico di un rispetto particolare.

Già dalla metà degli anni Venti del ’900 – e per circa un trentennio – i bracchi italiani di Cornovecchio del Cav. Antonio Cattaneo di Codogno erano considerati cacciatori impareggiabili e perfetti rappresentanti della razza.

libri bracco italiano

Cronache e memorie dell’epoca concordano su alcuni punti fermi:
– sul terreno i Cornovecchio avevano un’avidità di cerca e una presa di terreno fuori dal comune;
– il loro trotto lungo e naturale sembrava “mangiare” la pianura;
– morfologicamente apparivano quasi in anticipo di una generazione rispetto al tipo medio allora dominante.

Non è un caso se Edmondo Amaldi e Paolo Ciceri, due fra le menti più lucide della braccofilia del Novecento, citarono più volte l’affisso “di Cornovecchio” come esempio di bracco “moderno” senza tradire la tradizione. Un affisso storico, poco conosciuto e troppo poco raccontato, che ha però lasciato segni profondi nella storia della razza.

Il nostro incontro con i “di Cornovecchio”

Noi di BraccoItalianoDatabase avevamo i “di Cornovecchio” nel cuore da molto prima di saperlo. Tutto iniziò davanti a una fotografia degli anni Trenta: Brill 2° di Cornovecchio, pubblicata a pag. 117 del libro Il Bracco Italiano di Giuseppe Colombo Manfroni. Era il 2017 e, allora, di Cornovecchio non conoscevamo ancora nulla.

Quella fotografia di Brill 2° – che sapemmo poi essere stata affidata a Manfroni direttamente da Amaldi – ci colpì come un’anomalia temporale. Quel bracco italiano sembrava avesse fatto un viaggio nella macchina del tempo, dal presente al 1930. Fu da lì che prese forma la nostra passione per l’indagine storica e la volontà di scavare a fondo.

Brill 2° di Cornovecchio, anno 1930. La foto che si fece scattare la scintilla dell’indagine storica.

Negli anni successivi, mentre scavavamo tra cataloghi, pedigree ingialliti e fotografie dimenticate, quell’affisso ricorrente in calce – di Cornovecchio – tornava a riaffiorare, discreto ma ostinato. Dietro ogni traccia avvertivamo la presenza di una storia più ampia, mai davvero raccontata, rimasta ai margini della carta stampata.

A poco a poco ci fu chiaro che Cornovecchio non era soltanto un toponimo, ma uno dei punti nevralgici della mappa invisibile del bracco italiano d’inizio Novecento.

Ricostruire la storia dell’affisso è stato un lavoro lungo e faticoso, un lavoro di scavo paziente: annate intere di riviste venatorie consultate una per una, Libri delle Origini letti come registri di famiglia, ritagli, piccoli indizi disseminati fra Lodigiano, Cremonese e Milano. Per molto tempo i tasselli non volevano incastrarsi del tutto.

L’incontro decisivo

La svolta nelle indagini è arrivata nell’estate del 2024, quando siamo entrati in contatto con il figlio di Antonio, il sig. Francesco Cattaneo, che ci ha accolti nella villa Gattoni–Cattaneo a Cornovecchio (LO).

Lì, in quella villa meravigliosa, ci ha aperto un archivio che non esitiamo a definire eccezionale: album fotografici, cartoline intestate “Canile di Cornovecchio – Casa Cattaneo”, diplomi di prove, lettere, appunti genealogici, schizzi e caricature d’epoca. È grazie a questo materiale – studiato a fondo nei minimi particolari, incrociato, verificato e infine digitalizzato – che oggi possiamo raccontare l’affisso “di Cornovecchio” con un grado di dettaglio e di solidità storica che raramente è stato possibile per un allevamento di quell’epoca.

Villa Gattoni Cattaneo presso Cornovecchio (CR)
Luglio 2024, Il trio dei “Franceschi”. Da sinistra: Francesco Poggi, consigliere della SABI e autore di BraccoItalianoDatabase. Al centro: Francesco Cattaneo, figlio del cav.Antonio Cattaneo, a lui si deve l’aver conservato in perfetto ordine la monumentale documentazione dell’affisso di suo papà. A destra: Francesco Gusmaroli, storico di Pizzighettone e ricercatore braccofilo, a lui si deve l’enorme e importantissimo lavoro di digitalizzazione dell’interno archivio Cattaneo.

Chi era il Cav. Antonio Cattaneo

Antonio Cattaneo nasce a Codogno il 22 febbraio 1893, primogenito di quattro figli di Francesco Cattaneo e Carmela Zazzera. Porta il nome del nonno materno, Antonio Zazzera, fondatore della celebre “Ditta Antonio Zazzera – Prima Latteria Italiana”, che tra Otto e Novecento renderà il nome di Codogno familiare sui mercati europei per provoloni e burri.

Il ramo Cattaneo arriva invece dalla Valle Brembana: gente di montagna, greggi e transumanze, poi la svolta verso la città, il passaggio a Milano e infine l’approdo a Codogno. In quella trama familiare compaiono nomi come Carlo Cattaneo, l’intellettuale federalista, e Gaetano Cattaneo, numismatico e protagonista di circoli culturali milanesi: non solo lavoro, quindi, ma anche una certa abitudine alle idee e alla vita pubblica.

Antonio studia ragioneria a Piacenza, poi trascorre un anno a Losanna alla facoltà di Lingue – Scienze Commerciali. In Svizzera respira un clima internazionale e molto “british”: rigore negli affari, ma anche il convincimento che una vita svolta con serietà possa essere accompagnata da passioni coltivate con altrettanta serietà.

A sinistra: il Cav. Antonio Cattaneo durante una battuta di caccia

Allo scoppio della Grande Guerra entra nel Savoia Cavalleria, Plotone Volontari di un Anno 1913–1914. Combatté sul fronte veneto, partecipò alla ritirata di Caporetto, fu inviato oltre le linee austriache per far saltare un deposito di munizioni – missione che gli valse la Croce al merito di guerra. Una brutta caduta da cavallo lo portò all’ospedale di Valdagno; guarito, fu assegnato alle furerie di Schio.

Terminato il conflitto, rientra a Codogno ma non abbandona Milano: frequenta il Savini in Galleria, la Società del Giardino, il Teatro Sociale e il caffè Casino. A venticinque anni entra nella Ditta Antonio Zazzera, che allora conta circa 120 dipendenti ed esporta in Inghilterra, Francia e soprattutto negli Stati Uniti. Nel 1926, alla morte del procuratore Giovanni Micheli, ne prende la direzione. A Milano diventa per anni presidente di Assolatte e della Commissione prezzi del settore lattiero–caseario presso la Camera di Commercio.

Il cav. Antonio Cattaneo con due soggetti “di Cornovecchio”

Onorificenze e cariche raccontano una figura di imprenditore compiuto. Ma per chi guarda la storia del bracco italiano, Antonio Cattaneo è soprattutto il signore in tweed, amante dei cavalli e della caccia, che farà di Codogno e Cornovecchio un laboratorio di selezione cinognostica di altissimo livello.

Cornovecchio: un paese, un affisso

Cornovecchio è un minuscolo paese di case e cascine sulla carta geografica, ma un punto pesante per chi conosce la storia della razza. Un paese del basso Lodigiano appoggiato a un’ansa dell’Adda, circondato da pioppeti, marcite e prati stabili. È da qui che l’affisso “di Cornovecchio” prende il nome: scelta semplice e potentissima, perché lega quei bracchi, per sempre, a un paesaggio preciso, fatto di nebbie, canali, lanche e strade bianche.

I terreni e la casa di Cornovecchio entrano nel patrimonio Cattaneo a fine Ottocento, quando Francesco Cattaneo e la moglie Carmela Zazzera acquistano fondo e cascina, rilevando le quote degli altri eredi Gattoni grazie agli utili della Ditta Zazzera. Su quel nucleo agricolo, tra gli anni Venti e Trenta, Antonio costruisce il proprio piccolo mondo: la villa Gattoni–Cattaneo come casa di campagna della famiglia; una scuderia per tre–quattro cavalli da concorso; e un punto di appoggio venatorio da cui partire all’alba verso il Boscone, Maccastorna e le golene.

Fisicamente, però, la sede principale dell’allevamento non è a Cornovecchio ma a Codogno: i box del Canile di Cornovecchio sorgono dietro lo stabilimento della “Ditta Antonio Zazzera”, praticamente a ridosso della fabbrica del latte. L’affisso resta legato al paese di Cornovecchio, cuore simbolico e venatorio dell’insieme, ma la vita quotidiana dei cani – alimentazione, gestione, addestramento – ha il suo baricentro nell’area retrostante la latteria, dove il canile occupa una porzione ben definita del complesso aziendale.

Già nel 1928 circola una cartolina intestata “Canile di Cornovecchio”: sul fronte si vede la casa con le campate dei box e l’insegna; sul retro, poche righe scritte dalla moglie Anna Biancardi alla madre. Sappiamo oggi che quella intestazione unisce idealmente i due poli della vicenda – Cornovecchio e Codogno – mentre la struttura ritratta nella cartolina va collocata nella realtà operativa di Codogno, a pochi passi dai capannoni della fabbrica. È una testimonianza preziosa: dice che il canile è qualcosa di talmente strutturato da meritare carta intestata e comunicazione propria, quasi un’azienda nell’azienda.

Il canile di Cornovecchio: architettura e vita quotidiana

Le foto d’epoca e il disegno di Mario Vellani Marchi che ritrae un gruppo di bracchi del canile ci restituiscono un’immagine precisa: per gli anni Venti e Trenta, il canile di Cornovecchio, fisicamente insediato a Codogno dietro la latteria Zazzera, è sorprendentemente moderno.

bracchi italiani di cornovecchio-5

I box sono in muratura, larghi, luminosi, rialzati da terra per garantire drenaggio e pulizia. Le facciate intonacate sono scandite da aperture centinate con inferriate sobrie; davanti a ogni box un piccolo cortile in ghiaia, separato da muretti bassi che permettono ai cani di vedersi senza disturbarsi. Al centro un corpo di servizio raccoglie mangimiera, selleria, stanza del dresseur e una sorta di cantinetta fresca dove mettere cucciolate e soggetti delicati nei mesi più caldi.

Qua e là spuntano dettagli di gusto personale: infissi e bordature vernice verde scuro con filetti gialli, gli stessi colori che ritornano negli arredi di Cornovecchio e nelle rifiniture della casa. Nulla è improvvisato, nulla è lasciato al caso: l’impressione è quella di un impianto pensato da chi sa che un grande cane nasce anche da un ambiente adeguato.

Antonio Cattaneo non ama gli sprechi, ma quando si tratta di cani non lesina niente. Affida i soggetti al un dresseur fisso, Gianni Puttini, per tutti semplicemente “il mago”: è lui a tradurre in lavoro quotidiano le idee selettive del Cavaliere, a dare forma, con il guinzaglio e sul terreno, a quell’idea di bracco italiano “moderno” ma fedele alla tradizione. Puttini cura la costruzione del trotto, l’ordine in canile, l’impostazione delle prime uscite, la preparazione alle prove.

gianni puttini cinofilo
1937. Il Cav. Antonio Cattaneo con il “mago” Gianni Puttini, addestratore dei sui soggetti “di Cornovecchio”

Accanto a lui l’autista–factotum Virgilio Merlo si occupa di logistica, cavalli, spostamenti verso il Boscone, Maccastorna e le prove. Nel momento di massimo sviluppo, i box di Codogno ospitano una quarantina di bracchi italiani, quasi tutti bianco–arancio, registrati con affisso “di Cornovecchio”: numeri e impostazione che lo collocano senza dubbio fra i grandi canili specializzati dell’epoca. Da lì, in poco tempo di carrozza o auto, cani e cavalli raggiungono Cornovecchio, il Boscone, Maccastorna: il canile lavora a Codogno, ma la razza si misura e si afferma sui terreni dell’Adda.

Come erano “quei bracchi di Cornovecchio”

Le testimonianze di chi li ha visti lavorare insistono tutte sugli stessi punti. Il bracco di Cornovecchio si riconosceva da lontano per il suo trottare: un trotto allungato, facile, che poteva durare ore senza che la linea dorsale perdesse un colpo. La presa di terreno era ampia ma sempre sotto controllo, con aperture in diagonale e rientri spontanei, un continuo dialogo con il conduttore più che una fuga in avanti.

L’avidità di cerca era evidente, ma mai isterica. Si trattava di cani che “volevano il terreno”, ma lo volevano con testa e con naso: la testa alta, la coda viva ma composta, l’espressione di chi sta leggendo la campagna, non solo attraversandola. Le ferme, spesso ricordate come lunghe e “scultoree”, sembrano, nelle fotografie, concentrato puro di stile bracco: collo proteso, tronco solido, posteriori ben piazzati, tutto il cane teso in avanti ma con una calma quasi solenne.

Morfologicamente, erano bracchi di grande formato ma asciutti, con tronco in quadro, ossatura importante ma non grossolana, testa piena e ben disegnata, occhio vivo, labbra sviluppate ma non flaccide. Meno pelle superflua rispetto a certi tipi ancora in voga, meno caricature di labbra ed occhiaie: un bracco che teneva salda la tradizione morfologica italiana ma ne correggeva gli eccessi in senso funzionale. Visti oggi, molti di quei soggetti apparirebbero sorprendentemente “moderni”.

Non stupisce allora l’episodio di una esposizione milanese di fine anni Venti: davanti a una coppia di Cornovecchio, un giovanissimo Paolo Ciceri avrebbe mormorato, a mezza voce, «Se questo è il bracco di domani, che venga pure domani mattina».

Fra i nomi di casa spiccano Emma di Cornovecchio, femmina bianco–arancio capostipite, più volte a medaglia in esposizione e a premio sul terreno; Dik di Cornovecchio, ricordato anche dal suo diploma ufficiale di prova; e soprattutto Arthom di Cornovecchio, il cane che più di tutti incarna, nei racconti, la misura di eccellenza di questo affisso.

Una domenica del 1935: quando Arthom zittì i “foresti”

Il racconto, citato sulle pagine de “Il Cacciatore Italiano”, è semplice, e proprio per questo rimane impresso. Ve lo riportiamo qui di seguito:

Quella domenica mattina – di un non precisato giorno del 1935 – erano in molti “i foresti” a caccia nelle campagne nei pressi di Codogno. Già di buon ora, pur con una rugiada depistante, straordinari ausiliari di non italica genesi – puri e meno puri – finalizzavano azioni con gran classe, beando i loro padroni di schioppettate certe, con poche padelle. C’era però un problema: i caccini del luogo, pagati bene e nati in quelle zolle, tradivano – con un mezzo sorriso – un certo senso di compassione nei confronti di quei cani. Essi sapevano che quegli ausiliari, seppur eccelsi e in grado di garantire carnieri di qualità… erano ben poca cosa in confronto ai nativi bracchi italiani “di Cornovecchio” del Cav. Antonio Cattaneo. Ma i “foresti” non diedero troppo peso a quelle sensazioni, erano già ampiamente soddisfatti. Quale non fu però il loro stupore quando, incontrata l’azione di un italiano per eccellenza, Arthom di Cornovecchio, si resero conto di quale classe e qualità di lavoro avessero davanti agli occhi e, girando lo sguardo, videro un carniere enorme fatto solo da lui, in mezza mattinata, portato da un caccino con sguardo beato…

Arthom di Cornovecchio.

Il Boscone: il regno dei Cornovecchio

La tenuta di caccia “Il Boscone”, lungo una lanca morta dell’Adda tra Pizzighettone e Formigara, è l’altro teatro naturale dei Cornovecchio. Il paesaggio è fatto di acqua, isole, prati allagati, canali da attraversare in barca, boschetti e canneti: un terreno che seleziona senza pietà.

Al Boscone, racconta Francesco Cattaneo, si sono succedute tre generazioni a caccia: i nonni, i padri, il gruppo dei “giovani” del dopoguerra. Le fotografie mostrano carnieri importanti, stivali infangati, volti segnati dal vento, e alle spalle il Casino di caccia con il suo grande camino circolare, affrescato da Giuseppe Novello e Mario Vellani Marchi. Negli affreschi, Antonio compare in versione autoironica alla guida di una charette sgangherata trainata da ronzini e seguita da bracchi: caricatura affettuosa di un uomo che, nella realtà, venerava l’eleganza venatoria.

Altre immagini lo ritraggono com’era davvero: dritto sul suo tiro a due, vestito con cura, mentre i bracchi di Cornovecchio seguono composti la carrozza sulle strade bianche verso la Morta o le golene. Nelle giornate di caccia in barca, tra ceppaie, canneti e acqua alle caviglie, quei cani mostrano un repertorio completo: entrano in acqua senza esitazione, fermano gallinelle e beccaccini sull’orlo dell’argine, riportano anatre ferite con una calma quasi ostinata, come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Se il grande bracco italiano ha potuto dimostrare di essere cane adatto a tutti i terreni, è anche perché linee come quella di Cornovecchio sono state selezionate su terreni così: veri, difficili, a volte spietati.

Maccastorna: caccia, rocca e bracchi italiani

Poco più a valle del Boscone, stretto fra una curva dell’Adda e i pioppeti, c’è Maccastorna, con la Rocca dei Biancardi che domina prati umidi, canali e golene. Negli anni Trenta questo minuscolo paese diventa un punto d’incontro per una piccola élite braccofila lombarda: oltre ad Antonio Cattaneo e ai padroni di casa, vi compaiono spesso Carlo Silva, figlio del Cav. Francesco di Regona, e il marchese Idelfonso Stanga da Crotta d’Adda, lo stesso che troviamo nella storia dei bracchi Ranza.

Le uscite di caccia a Maccastorna non sono solo mattine di fucile: sono occasioni di confronto cinotecnico. Si commentano genealogie, si discutono accoppiamenti, si valutano soggetti in azione. Una fotografia celebre ritrae, davanti alla Rocca, una giuria di braccofili con l’avvocato Rombo e Giulio Colombo intenti ad osservare un gruppo di bracchi italiani: dietro quella scena c’è un’idea di caccia come osservatorio privilegiato per studiare la razza.In questo piccolo teatro, i Cornovecchio sono presenze ricorrenti. Conoscono ogni canale, ogni passaggio, ogni fettuccia d’erba; vengono osservati, commentati, richiesti. Non stupisce che, nelle genealogie di molti bracchi lombardi fra le due guerre, l’affisso “di Cornovecchio” compaia magari a due o tre generazioni di distanza, quasi timido, ma ben riconosciuto da chi sa leggere le linee di sangue.

Una giornata a Cornovecchio, ieri e oggi

È sufficiente attraversare oggi il cancello di villa Gattoni–Cattaneo per percepire l’importanza storica dei bracchi italiani di Cornovecchio. Le stanze portano ancora tracce di una vita braccofila intensa: fotografie incorniciate, disegni, vecchi collari, qualche trofeo venatorio.

Negli ultimi anni, Francesco Cattaneo ha compiuto un lavoro paziente di riordino: album di famiglia, cartoline, diplomi, corrispondenza, schizzi di Novello e Vellani Marchi, appunti su accoppiamenti riusciti e cucciolate memorabili. Sfogliare quelle pagine significa passare, come in un film, da Emma a Dik, dalle partenze all’alba per il Boscone alle barche cariche di cani nella Morta, dalle visite di Carletto Silva alle serate al casino di caccia in cui Antonio ride sotto caricature che lo ritraggono con cavalli e bracchi.

Per noi di BraccoItalianoDatabase, quel materiale non è solo una miniera di immagini suggestive: è una fonte di dati storici e cinognostici che consente di capire, con precisione rara, come ragionasse un grande allevatore di bracchi italiani negli anni fra le due guerre.

L’importanza della ricerca storica

Mettere oggi in fila la storia dei “bracchi italiani di Cornovecchio” e del Cav. Antonio Cattaneo significa, in primo luogo, rimettere al proprio posto un tassello importante della storia della razza. Per troppo tempo questo affisso è rimasto sullo sfondo, evocato con rispetto ma senza un vero racconto strutturato.

Il lavoro d’archivio ci permette finalmente di dire, senza enfasi gratuita, che a Cornovecchio si è lavorato sul bracco italiano con una qualità di mezzi, di idee e di rigore selettivo paragonabile a quella dei più grandi nomi citati in ogni manuale.

E proprio per dare solidità a questo racconto, la scelta è una sola: mettere a disposizione le fonti. Metteremo infatti in libera lettura una parte sostanziale dell’Archivio Cattaneo, condividendo le scansioni del Registro delle cucciolate dal 1931 al 1947 e, insieme, i certificati di iscrizione, i certificati di origine, i diplomi, le genealogie e i libri matricola. Non è semplice “materiale curioso” per appassionati: è la spina dorsale documentale di un affisso, la misura concreta del rigore con cui a Cornovecchio si lavorava, e uno strumento rarissimo per chi voglia leggere davvero la storia del bracco italiano senza affidarsi solo ai racconti. In quelle pagine, spesso compilate con una precisione quasi da registro di famiglia, si vede l’allevamento prendere forma giorno dopo giorno: scelte, continuità, correzioni, ambizioni.

Significa anche ricordare che certe linee di sangue non nascono per caso: il bracco di Cornovecchio è il prodotto di una precisa combinazione di fattori – una famiglia con grandi disponibilità ma anche con grande cultura del lavoro, un territorio perfetto per mettere alla prova i cani, legami stretti con altri allevatori di punta, un occhio che non si accontenta mai del “basta che prenda la selvaggina”.

Per chi alleva e studia il bracco italiano oggi, la scritta “di Cornovecchio” in fondo a un pedigree dovrebbe funzionare come un segnale: lì c’è un pezzo di storia che ha saputo portare la razza a livelli altissimi sia sul terreno sia in termini di tipo. Non è un richiamo nostalgico, ma un riferimento concreto: una prova che il bracco italiano, quando viene selezionato e giudicato con quella stessa severità, può ancora essere cane di assoluta eccellenza.

Ed è proprio questo, in fondo, il valore più grande emerso dalla nostra ricerca: sapere che, in un angolo di pianura lodigiana, lungo un tratto di Adda costellato di lanche, c’è stato un allevamento capace di incarnare alla perfezione l’idea di grande bracco italiano. Oggi, ogni volta che incontriamo quel piccolo toponimo in una genealogia o in una foto d’epoca, non leggiamo solo il nome di un paese: leggiamo la traccia di un momento in cui il bracco italiano ha toccato una delle sue vette più alte.

E quella vetta aveva un nome chiaro e semplice: bracchi italiani di Cornovecchio.

I cavalli di casa Cattaneo: un’altra eccellenza

A corredo dell’articolo occorre anche ricordare un’altra grande passione del Cav. Cattaneo, infatti L’esperienza in Savoia Cavalleria aveva lasciato in Antonio un rapporto col cavallo che andava ben oltre l’uso strumentale del “mezzo di trasporto” per la caccia. La piccola scuderia che mantiene fra Codogno e Cornovecchio rispecchia, nelle linee generali, gli stessi criteri di scelta applicati ai bracchi italiani: equilibrio, solidità, temperamento affidabile.

Le immagini che lo ritraggono dritto sul suo tiro a due, mentre i bracchi di Cornovecchio seguono composti la carrozza sulle strade bianche verso la Morta o le golene, raccontano un gusto per l’insieme cavallo–cane–cacciatore che ha il sapore dell’eccellenza.

Non cavalli qualsiasi, insomma, ma soggetti capaci di un trotto lungo e comodo, di ore di lavoro senza scomporsi, di presentarsi con stile tanto davanti al Casino di caccia quanto sulle capezzagne infangate dell’Adda.

Nella mentalità di Cattaneo, il cavallo non è un semplice accessorio della caccia ma un pezzo integrante della stessa idea di “bellezza funzionale” che lo guida in canile: un attacco ben composto, un cavallo correttamente imbrigliato, un’andatura pulita valgono quanto una ferma lunga e stilosa. Chi osserva oggi quelle fotografie di carrozze, cavalli e bracchi coglie chiaramente un filo unico: la ricerca di armonia e di qualità assoluta, applicata con la stessa severità a uomini, cani e cavalli.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *