Ferdinando Delor e la fondazione del Kennel Club Italiano

Giuseppe Colombo Manfroni

ferdinando delor

Bisognerà attendere solo il finire dell’800, prima che venga alla ribalta del mondo cinofilo italiano Ferdinando Delor, un grande pioniere che capovolse le sorti delle razze da ferma nostrane e gettò la prima pietra della cinotecnia in Italia

Questo uomo, questo pioniere, questo primo cinotecnico, questo grande entusiasta dei nostri cani, questo chiaroveggente è: Ferdinando Delor de Ferrabouc, figlio di Edoardo Delor, francese, nacque colla passione della caccia e del Bracco italiano.

Ferdinando Delor nelle memorie di Arturo Fancelli

«Mancherei ad un dovere, scrive Arturo Fancelli, se non rivolgessi anche un pensiero e non additassi, se ce ne fosse bisogno, a tutti indistintamente i cacciatori e cinofili d’Italia, Ferdinando Delor, il valoroso pubblicista Direttore della Rivista Cinegetica di Milano, nostro sommo maestro, al quale tutti, dico tutti, dobbiamo rendere pubblico omaggio di gratitudine e d’affetto, per le doti eccelse dell’animo suo, dove il valore e la modestia si confondono in uno mentre emerge fra le più fulgide e spiccate personalità d’Europa.

A questo gentiluomo di antico stampo, incanutito oggi nelle battaglie della critica e dello scrivere, amato egualmente da amici e da avversari, a questo maestro fra maestri, a cui la razza bracca deve esclusivamente senza alcuna discussione la sua attuale resurrezione ed il suo progresso, vada il mio umile saluto, tanto reverente, quanto grande è nel mio cuore il nome di lui».

Fondazione del Kennel Club Italiano

Ferdinando Delor dopo la prima esposizione di Milano del 19 settembre 1881, nel dicembre dello stesso anno, assieme ad altri trenta soci fondatori tra i quali il conte Carlo Borromeo che ne divenne presidente, costituì una «Società per il miglioramento delle razze canine in Italia».

Fu l’atto di nascita del Kennel Club Italiano (KCI) che dal 1882 manterrà questa denominazione fino al 10 novembre 1930 quando per modifica statutaria si trasformerà in ENCI.

Venne subito istituito un registro genealogico dei cani ad imitazione del Kennel Club stud book inglese e manco a dirlo, il primo cane iscritto era il bracco italiano Falco del marchese Ippolito Fassati. Senonché dopo due anni di vita, come si legge nella introduzione al 1° volume del Libro delle Origini pubblicato nel 1898 (20), il registro resta chiuso poiché «dopo il primo impulso dato da una ristretta cerchia di benpensanti, l’apatia generale corrispose come sempre alle nuove ed utili iniziative sportive e le scarse iscrizioni ed ancor più il minor interesse del pubblico cinofilo determinarono i fondatori a desistere da un’opera la cui utilità non era compresa e persino derisa».

Il Delor tenne allora da solo il registro delle iscrizioni fino al 1894, anno in cui consegnò il Libro Origini alla benemerita «Unione Cacciatori Lombardi» che lo tenne fino al 1898 per riconsegnarlo al rinnovato KCI.

66 cani iscritti al KCI nel 1882

Nel 1882 troviamo 66 cani iscritti nel registro della neo-associazione cinofila. Di questi ben 30 sono bracchi italiani e 3 spinoni. Lo stemma del KCI era rappresentato da un cerchio portante al centro un disegno di testa di bracco. «Sigla del Club è il bracco italiano – scrive Giulio Colombo – é non poteva essere altra, rappresentando il bracco, in quell’epoca l’esponente del cane da ferma…».

 

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1907. Esposizione canina Di Torino. Da sinistra: Bosisio, Zacchini, Donesana, Delor, Ferrari, Solaro, Matteucci, Panseri, Lambertenghi, Pariani, Gaggino, Stecchini.

MAX, lo pseudonimo di Ferdinando Delor

Ferdinando Delor scrisse moltissimi articoli collo pseudonimo di Max rendendo interessanti e vive le pagine de «La caccia». Nel 1882 apparve su questo giornale un articolo a firma Xam «Sul miglioramento delle razze canine in Europa» che merita una parziale trascrizione.

…E qui mi permetto una piccola digressione per rispondere al lungo articolo di Max pubblicato nel numero 176 della Caccia. Non credo fra noi sia invalsa l’Anglomania nei cani. Tutti quanti amiamo ed ammiriamo il nostro bel bracco italiano, ma prima di tutto non è necessario per questo dir male dei cani inglesi e far confronti, o volendoli fare, sarebbe necessario che qualcuno dei nostri sportsmen si desse la pena di provare nei Field Trials inglesi il nostro bracco contro gli odiati cani inglesi e quando essi cani inglesi fossero battuti, allora, ma allora soltanto, potremmo dire che il setter od il pointer vale più o meno del nostro bracco. Altrimenti non si può coscienziosamente dire che questo cane è meglio od è peggio. Il sig. Max avrà veduto dei cani inglesi male avvezzati.. ne ho veduti anch’io, ma ho veduto molti bracchi o piuttosto sedicenti bracchi fare altrettanto. Non credo si possa dunque fare un confronto senza prove e.. solo chi vincerà avrà ragione. Il bracco italiano è un buonissimo cane da caccia, ma se oggi non è forse apprezzato quanto vale, non dipende da anglomania, ma dalla scarsità grande di questi cani. È molto più facile procurarsi una coppia di pointers o di setters che una coppia di bracchi veri e temo sarà ancora per molto tempo così, perché in Italia della razza ce ne occupiamo poco. Purché si spenda poco.. tutto va bene.Le razze inglesi non decadranno perché gli allevatori trovano là sempre compenso alle loro fatiche, mentre chi volete che si occupi qui di ritrova re e proseguire le nostre razze quando per tutta ricompensa si potrebbe sentirsi offrire 20 lire d’un bell’allievo? Qui ripeto il parlar di razza è parlar sanscrito.Sarebbe ottimo davvero, e, sotto tal rapporto se Max ne spezza una io ne spezzerei due delle lancie, se si cominciasse da noi ad alle vare seriamente e con amore il nostro bel bracco.. ma fino allora co me rimproverare chi preferisce un setter od un pointer ad un bastardone. Il signor Max sarà stato più fortunato di me probabilmente, ma io confesso che mentre ho veduto in Toscana e nel Romano dei bravi e buoni cani più o meno inglesi, dei bracchi possibili e passabili non se ne vede pur troppo quasi più…».

Per tutta risposta il Delor, non solo si preoccupò di tenere il registro delle iscrizioni e di impartire consigli e direttive per la selezione del cane puro, ma creo con i proprietari del Giornale, il canile della caccia, con lo scopo precipuo di «conservare, di migliorare e di propagare la preziosa razza dei bracchi nazionali».

Naturalmente Ferdinando Delor era il direttore del canile e degno del massimo encomio furono gli intenti e i metodi con cui venne gestito l’allevamento.

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