Il bracco italiano secondo Arturo Fancelli

Arturo Fancelli

Un corposo estratto de “Il Bracco” di Arturo Fancelli, datato 1911, prima vera opera monografica dedicata al nostro continentale da ferma. Stupisce la lucidità di pensiero, l’attualità dei concetti e la visione proiettata nel futuro dell’autore. Un vero “visionario” del bracco italiano

In primis fu Arturo Fancelli a trattare dettagliatamente tutti gli aspetti del nostro continentale da ferma, quantomeno a livello di edizione monografica. “Il Bracco, cenni e notizie” datato 1911 e stampato dalla “Premiata Tipografia Agraria” è effettivamente la prima monografia completa sul bracco italiano, che segue di pochi anni gli approfondimenti (non monografici) di Temistocle Strazza, di Delor e Angelo Vecchio e precede di circa 40 anni la successiva monografia di Adelio Cancellari e di circa 60 anni quella di Paolo Ciceri.

Con il suo “Il Bracco” Arturo Fancelli ci dona una visione illuminante che oggi, a 110 anni dalla pubblicazione, lascia un segno indelebile nella storia del nostro continentale da ferma e stupisce per attualità di concetti e visione.

Siamo orgogliosi di pubblicare un corposo estratto di questa importantissima monografia di Arturo Fancelli, ormai presente in rarissimi esemplari ben conservati.

arturo fancelli il bracco

Da “Il Bracco” di Arturo Fancelli – 1911

Qualunque incrociatura, anche fatta sapientemente, non ha valore, se trasmette transitoriamente quello che si voleva e, se duraturo, fa perdere ed altera i caratteri etnici della razza, perché modifica o trasforma in meglio o in peggio, forma, e sia pure parzialmente, le doti ataviche di quel tipo o razza che fino ad oggi possedeva.

L’incrociamento è il metodo di riproduzione più discusso dal punto di vista pratico e della zootecnia; ciascuna razza, dice Darwin, è adattata ad una speciale natura d’ambiente e di clima. Altra cosa ben differente sarebbe se, con l’incrociamento, si volesse creare una varietà di tipo, il cui valore utilitario potrà esplicarsi più o meno del tipo originario; ma, in tal caso, questo nuovo tipo modificato avrà segnato la fine del puro sangue, sovrapponendosi nelle future generazioni.

La visione anticipata di Arturo Fancelli sull’unificazione dello standard

Il bracco italiano è andato sempre modificandosi nelle sue forme esteriori, ed è certo che la struttura del vecchio tipo di 50 e 60 anni fa (1850 – 1860 ndr.), dovrà ancora subire qualche variazione, per dare luogo a due tipi fissi di cani e cioè, al grande Bracco e al Bracco leggiero; ambedue con le stesse doti, ma il primo più adatto alla pianura e la palude, il secondo al monte, alla montagna; e questo tipo leggero, oggi ancora tanto discusso, deve avere tutti i requisiti del grande, salvo una maggiore asciuttezza di membra, sveltezza, leggierezza di peso e proporzione di membra, piede serrato, specialmente adatto allo scopo cui è destinato . Ciò Io, Arturo Fancelli ammetto, per quanto ritenga che uno standard unico corrisponderebbe molto meglio a tutte le esigenze venatorie, se l’unità di concetto nell’allevare regnasse fra i nostri allevatori, e se un retto sentimento pratico s’infondesse nei nostri cinofili e cacciatori.

arturo fancelli

Conserviamo la nostra razza

Ora, torto o ragione che io abbia, se il Bracco ha olfatto potente, e se questo olfatto non è andato smarrendosi, se la puntata è in lui sempre meravigliosa, solida, come lo era in passato, ritengo che chi è italiano debba tentare ogni sforzo, ogni mezzo possibile per conservare pura questa tradizionale razza, la quale non sarebbe più tale quando domani, magari con gravi sacrifici di tempo, di denaro e di pazienza si riesca ad eliminare completamente l’apparizione di quel sangue potente e rigeneratore del Pointer.

Si sbraita, e si è sbraitato tanto per proclamare il Bracco razza originaria, prettamente italiana, vantandola come gloria nazionale, quando domani, incrociandola, se ne alterano i caratteri essenziali. Non esisterà dunque più una vera razza Bracca italiana, e quello che oggi si può dire ad alta voce sui Bracchi esteri, e cioè che gli stranieri, spinti dalla prova di impareggiabile valentia del Bracco italiano, formarono delle razze proprie, e valendosi di differenti accoppiamenti produssero il Bracco francese, inglese, tedesco, ecc, ecc, potranno dirlo domani gli inglesi, e cioè, che il Bracco italiano, degenerato dalla poca capacità e intelligenza degli allevatori italiani, deve la sua resurrezione al sangue del nostro Pointer; a noi essi devono questa loro razza rinvigorita sui brandelli della vecchia stirpe dal nostro potente incrociamento.

Questo m’addolora assai e ferisce il mio amor proprio. Vero è che alcuni vogliono che l’olfatto del Bracco sia minore di quello del Pointer, e minore la cerca; ammesso in ipotesi che ciò sia vero, è certo, secondo me Arturo Fancelli che il Bracco spiega maggiore astuzia, e che si trova più selvaggina con cani Bracchi che non con cani inglesi.

Preferisco DUNQUE il bracco italiano

Il Bracco è meno teatrale, ma molto più pratico, e forse forse più intelligente, o, per lo meno, più riflessivo.

L’olfatto poi, essendo proporzionale all’andatura, va da sè che un cane veloce, per essere un buon ausiliario in caccia, dovrà avere doppio olfatto d’un altro meno veloce, più attento e cauto come il Bracco. Il Bracco avventa da lungi, il Pointer punta di scatto.

In una marcita voi vedrete il Bracco entrarvi cauto, a testa alta, fiutare, e difilato, con una prudenza ed un’astuzia impareggiabile, percorrere cento, duecento metri e restare puntato. Il Pointer, in caso simile, entra impetuoso nel terreno, scorazza a destra e sinistra (molti beccaccini s’alzano avanti e si perdono) e per quanto entusiasmi lo scatto fulmineo col quale resta in puntata, generalmente, l’animale non sarà a più di 12-14 metri distante.

Preferisco dunque il Bracco.

Il bracco non ha bisogno del Pointer

Io non so se dico una grossa o piccola corbelleria, ma a me sembra che il Bracco attraversi in questo periodo una transitoria formazione della sua struttura: resterà quindi a vedersi, di qui a qualche tempo, il risultato; per ora, questo si limita a pochi esemplari perfetti, che si contano sulle dita.

I fautori dell’incrociamento col Pointer potranno rispondermi, che non si deve per un malinteso sentimento di nazionalismo, preferire una cattiva razza nostrana ad una buona straniera, oppure rinunciare a migliorare la nostra, servendoci dell’incrociamento con le razze straniere; o, in altre parole, il migliore cane è quello che ci serve meglio, e quindi, per procurarcelo e per formarcelo, dobbiamo prendere gli elementi che esistono, non importa dove; ma se queste sono le idee dominanti dei cacciatori attuali e dei fautori dell’incrociamento, nego assolutamente che nel nostro caso sia indispensabile ricorrere al sangue straniero, per miglio rare la nostra razza Bracca.

Allevare il bracco italiano in montagna

Sono anzi convintissimo, io Arturo Fancelli, e nulla a me sembra lo impedisca, che si possa con facilità adattarla alle nuove esigenze, mutando le abitudini e l’ambiente, e si possa modificare così, quasi radicalmente, le sue condizioni fisiche, nel senso che una parte dei cinofili, che chiamerò modernissimi, richiede nell’attuale cane da caccia Bracco italiano. – Al mare – cantano i poeti, ed io dico: – al monte, al monte; allevate il Bracco in luoghi ove sia necessaria una continua ginnastica di gambe e di polmoni come la caccia alpina, la salita fortifica le prime ed allarga i secondi, in luoghi aspri e sassosi; nutritelo senza risparmio, sottoponetelo come gli inglesi sottopongono i loro celebri cavalli ed anche i cani (i Setters, per esempio), ad un sapiente e graduale allenamento e vedrete che in capo a poche generazioni i superstiti (forse pochi, convengo), riusciranno dei soggetti raccolti e robusti ben differenti dagli attuali.

È un fatto innegabile che gli animali allevati in montagna sono più robusti, asciutti, o, come dicono i nostri montanari, più sterpignoli di quelli del piano.

A chi credere?

Osservazioni curiose queste, se si pensa che centinaia e centinaia di cacciatori dell’afosa pianura Lombarda lodano senza eccezione il Bracco, come quello che sopporta meglio d’altre razze i grandi calori; a chi credere? E chi ha avuto dei buoni Bracchi a quaglie d’arrivo sul litorale, loda con entusiasmo la resistenza, l’olfatto potente di questi cani, anche in quelle ore afose, in cui altre razze mostrano deficienza o stanchezza.

Inoltre, se non sbaglio, i fautori dell’incrociamento vorrebbero creare il tipo nel quale la nervatura e la forza di resistenza del Pointer si trovino combinate con la docilità e la mansuetudine del Bracco, alleggerendone le forme senza alterare il tipo.

Il futuro è nei puro sangue

Ma ciò è appunto quello che tutti vogliamo ottenere; soltanto, io Arturo Fancelli sostengo che non con l’incrocio, ma restando, e l’ho già ripetuto una dozzina di volte, nella stessa razza del Bracco e fra i migliori puro sangue de’ suoi tipi si possa e si debba arrivarci. Ecco ancora un altro pistolotto: “In quanto alle doti così dette morali, come l’olfatto e la solidità di ferma (io direi di puntata), essendo queste comuni alle due razze, si trasmetterebbero da sè alla progenie…

Bella scoperta! Questo fautore dell’incrocio, in poche parole, afferma la docilità, la forza mansueta, l’olfatto, e la puntata del soggetto da rinvigorire, eguali presso poco al soggetto rinvigoritore, ciò mi sembra chiaramente dimostrare, che questi accaniti apostoli dell’incrocio hanno ben poco solidi argomenti da contrapporre, nè più chiaramente possono fare emergere al contrario le buone, anzi ottime qualità del puro sangue Bracco.

Gli “incrociofili”

Strani poi questi incrociofili, che palesano una serie di gradazioni del loro criterio cinofilo degne di studio psicologico; vogliono il puro sangue Bracco, ma ritenendo che il Pointer lo migliori, ne propongono l’incrocio. Ora io domando, se è logico, per cercare un problematico miglioramento, inquinare due purissime razze così distinte fra loro.

Chi dice male del Bracco, novantanove volte su cento è colui che non lo ha mai posseduto, o lo ha avuto in regalo (in questo caso diffidate della troppa generosità) o si è fatto, da sè, una carogna.

La trasmissione dei caratteri

Generalmente si ammette che, in via normale, dalla femmina si trasmettono nei cuccioli le forme; dal maschio invece, di preferenza, le attitudini e le doti naturali istintive; se questo è vero in alcuni casi, in altri non ha base, e il fatto della preponderanza presenta il suo lato di capriccio, e si complica per cause differenti. Teoricamente i fattori hanno parte uguale nella trasmissione dei rispettivi caratteri al prodotto del concepimento; nella realtà le cose avvengono ben diversamente, e, se il soggetto prodotto si esamina coscienziosamente, si noterà spesso che uno dei genitori ha avuto la preponderanza nella trasmissione; spesso però è anche vero che una parte di caratteri dell’altro esistono allo stato latente, salvo ad esplicarsi nelle generazioni successive.

Così avviene che talvolta uno dei genitori trasmette i caratteri esterni della forma, l’altro il sistema nervoso che ne governa le funzioni; e quando vi è armonia tra i primi ed il secondo, l’individuo si dice riuscito (Darwin, Carr, Cornevin). Recentissime e forse anche arrischiate affermazioni dimostrerebbero che doti e attitudini acquisite, cioè trasmesse nel soggetto che avanti non le possedeva, non divengono caratteri di fissità permanenti, altro che dopo varie e numerosissime generazioni, e dopo rigorosa continuità infusoria del sangue nuovo, che si è voluto infondere in quel tipo per modificare quello che ritenevasi da correggere.

Ora, nel Bracco, che cosa si richiede di modificare?

Niente altro che fare sparire quella fiacchezza che in lui si crede trovare, in modo che sia più vivo, più snello, più vigoroso, rimproverandogli ancora che non basta l’olfatto e l’intelligenza, ma necessita altresì ampiezza, velocità e resistenza d’azione, se deve eclissare sul serio i cani inglesi; ma non si pensa che il sangue Pointer necessariamente dovrà produrre delle conseguenze anche nell’andatura del Bracco; ora la costruzione meccanica delle gambe e la struttura attuale del Bracco non sono fatte certamente che per il trotto, andatura che un sapiente allenamento, non mai, credo, fatto razionalmente dagli allevatori, potrà sviluppare ad una massima velocità, pur restando trotto.

Infatti, credo, che nessuno abbia razionalmente applicata la ginnastica funzionale al Bracco, che è il cane che ne avrebbe più bisogno, e che molto se ne avvantaggerebbe.

I metodi di ginnastica hanno per base un principio di fisiologia molto semplice: “Qualunque organo o apparecchio dell’economia animale, meglio esercitato, raggiunge uno sviluppo più vantaggioso e finisce per acquisire una prevalenza saliente”.

Così nell’allenamento dell’apparecchio locomotore entrano in funzione non solo i muscoli e le leve ossee che lo compongono, ma anche gli organi del circolo e del respiro. È certo che un razionale allenamento produce nel cane una maggiore profondità del torace, dote molto apprezzata nel Bracco, e allunga gli arti.

Come con l’accresciuta velocità dei movimenti, pur restando nel trotto, si ha una più viva resistenza alla fatica.

Ma se si vuole che nella macchina animale la velocità dei movimenti si sposi, dice il Tecce, colla resistenza alle lunghe marce, occorre un’armonia per fetta tra l’ardore del sistema nervoso e la potenza muscolare; tra gli impulsi circolatorii, e la forza del cuore.

Guardate come invecchiano presto i Bracchi che hanno sangue Pointer nelle vene; è evidente che il galoppo o mezzo galoppo che essi spiegano, alternato dal trotto, non è andatura adatta alla loro meccanica formazione, al loro insieme.

Per ridurre il Bracco primitivo, in origine corridore sfrenato, all’andatura del trotto, sono stati necessari, si può affermare con tutta sicurezza, forse più di tre o quattro secoli; come pretendere, in tre o quattro e magari dieci generazioni, di ottenere la cerca a gran velocità nei Bracchi attuali, senza una sproporzione, uno sforzo in rapporto alla loro attuale conformazione anche con incrocio?

E su quest’andatura, trovata oggi così deficiente, è curioso di notare che, circa quarant’anni fa, si avevano in Lombardia dei Bracchi di troppa andatura, tanto che Max Mainoni, un gran cacciatore lombardo, diceva: “Bisogna metter loro il fucile sulla spalla

Ripeto dunque che, se in oggi abbiamo in maggior numero Bracchi con buon olfatto, ma deficienti di fibra e d’andatura, la causa deve trovarsi esclusivamente nell’allevamento e nella brutta abitudine di molti allevatori, di tenere i fattori ad ingrassare e, come si suol dire, a non sciuparsi le forme.

Si guardi dunque, e questi non sono che vaghi accenni, quali e quante sono le discipline necessarie, le difficoltà per bene e praticamente allevare, avanti di pretendere di creare tipi o varietà modificate, quando poi la loro necessità non è davvero così impellentemente sentita, quando abbiamo per chi non vuole il Bracco, il Pointer già formato.

Se il Bracco ha la cerca piuttosto lenta, cerchiamo di ravvivarla, se poi quello che più importa per migliorare la razza è il sangue, la fibra, l’energia che aggiunte alle altre pregevoli doti ed alle belle forme deve darci un cane buono e bello, i mezzi non mancano per infonderglielo, pur restando nella medesima razza; ma se poi siete intestati che il Bracco deve essere un Pointer, allora perché perdere del tempo? Prendete un Pointer addirittura, subito, e fa tela finita.

Gli innovatori inutili sono, per me, delle persone che intendono soltanto farsi della pubblicità, e possono riuscirvi ed avere anche un successo, ma farebbero molto meglio invece a dedicare i loro criteri zootecnici a mantenere intangibile il puro sangue della nostra razza Bracca, a migliorarla e non cercare di demolirla.

Si dica piuttosto, e sono d’accordo, che i cespiti di pura razza nazionale, che possono conservarsi e migliorarsi da sè, sono pochi, ma negare ad essi la possibilità di rigenerarsi a nuovo, no e poi no.

Un’ altra dote importantissima nel Bracco è la robustezza. Questo cane ha un corpo di ferro con muscoli d’ acciaio; non cura il freddo nè il caldo, l’acqua la desidera; sembra anzi che quanto maggiore è la fatica che sopporta, tanto più goda il suo stato fisico e se ne avvantaggi la sua salute.

Meglio crepare subito che riuscire deboli…

Io, Arturo Fancelli, ho per massima, sbagliata o no, che è meglio crepare subito che riuscire deboli, ed applico senz’altro questa mia teoria ai cani che tengo, abituandoli senza eccezione fin dal loro nascere a vivere all’aria aperta, a tutte le vicende atmosferiche dell’estate e dell’inverno, riparati soltanto dall’usuale casotto di legno; ebbene, mentre ho avuto una mortalità rilevante nei cuccioli di razze estere, e specialmente nei Pointers, e negli adulti frequenti malattie acquisite appunto dalle vicissitudini atmosferiche, a cui forzatamente erano da me obbligati a vivere, ho riscontrato non soltanto una quasi immunità nei cuccioli Bracchi, ma i soggetti adulti hanno dimostrato di non andare incontro a nessuna di quelle malattie così comuni nei Pointers e specialmente nei Setters.

A questa immunità, non è a dubitarsi, avrà certamente contribuito il regime dell’aria aperta, libera; ma senza una fibra robusta, dote naturale nel Bracco, credo che non potrei affermare quanto ho più sopra esposto.

La scelta del vostro Bracco è cosa troppo importante perché io non debba porgervi alcuni consigli da galantuomo, per quanto detti alla buona, e senza pretese. Anzitutto indagate e siate esigenti, insistenti al l’eccesso sulla genealogia del vostro futuro allievo.

Il Bracco leggero

Sul Bracco leggiero, che dovrà essere il futuro tipo del cane generico per eccellenza, ho poco da aggiungere a quegli appunti, che sinteticamente ho esposto precedentemente.

Ma, mentre si grida la necessità di produrre questo tipo moderno, regna ancora molta incertezza nell’estetica definitiva, nella forma di questo Bracco leggiero; perché non vi è unità di concetto fra i pochi allevatori, che seriamente potrebbero imporre e fissare il tipo; e ciò per la semplice ragione che questi allevatori con troppo zelo, vogliono improntare esclusiva mente la nota personale dei loro criteri nella sua formazione, avere, dirò così, una specie di privativa, e quindi c’è chi fa bene e chi fa male, e fra questi vi è purtroppo la schiacciante maggioranza.

bracco italiano leggero

Intanto, sia per l’una o l’altra ragione, si continua dai canili, anche che più si rispettano, il gravissimo madornale errore d’inondare l’Italia con soggetti di forma intermedia, che non sono nè grandi Bracchi e neanche leggieri, ma che si gabellano dell’una o dell’altra categoria, come ancora la maggioranza degli attuali campioni che vanno e si dicono quali tipi perfetti di Bracco leggiero, hanno l’incrocio del sangue Pointer.

Una grande confusione

Procedendo in questo stato di cose, all’inizio, si può dire, della risurrezione della razza Bracca, quando al contrario urgeva una ferrea disciplina di norme uniformi, si è creata una serie di gravissimi errori, sovrapponendo un crescente confusionismo a quello già esistente con tutti questi tipi di Bracchi stile antico, stile antico modificato o da modificarsi ancora, Bracchi più o meno incrociati col Pointer, e Bracchi leggeri moderni…, e perché altri non addirittura futuristi?

Le conseguenze di tutto questo sono gravissime, perché non fanno che ritardare la formazione di quel tipo di Bracco che tutti invocano, e nel frattempo, con tanti clamori e tante disquisizioni, si perde  il frutto e si continua ad inondare l’Italia di prodotti, che non avrebbero mai dovuto essere propagati. E ciò dipende dal fatto che, pur procedendo con certe norme zootecniche, l’allevamento, per esempio, del Bracco leggiero è ancora troppo sotto l’influenza personale degli allevatori.

In generale, dunque, si gabellano per Bracchi leggieri tutti quelli, che non raggiungono la struttura del grande Bracco, mentre vi sono Bracchi leggieri fra i grandi, e pesanti fra i piccoli, se giudicati nel loro complesso.

Cadono dunque, per me Arturo fancelli, e sbaglierò, tutte le regole fisse di misura e di peso, le quali non costituiscono, nè possono costituire, legge assoluta, fino a tanto che vi saranno in troppo numero, come succede ora in Italia, e come ho già accennato, Bracchi di tante gradazioni, e differenti tipi.

Io non m’atteggio a censore, ma a me sembra che urga cambiare addirittura strada. Io vagheggio forse un ideale troppo alto ma i vantaggi di esso, tradotti in pratica sarebbero enormi; io vado pensando, se non sia il caso d’orientarsi verso la formazione di un tipo unico intermedio, e dedicarsi seriamente al suo perfezionamento e alla fissazione assoluta, costante, di questo tipo esclusivamente.

Quando ciò non sia possibile, o non si voglia fare, conviene restare per forza nel Bracco grande e nel Bracco leggiero.

È indubbio che il tipo del Bracco pesante si dovrà modificare in un Bracco grande sì, ma spogliato di tutto l’esagerato, a fine di renderlo possibilmente più svelto, più vigoroso e diciamo anche più modernamente adatto alle esigenze attuali; mentre gli stessi requisiti si dovranno ritrovare nel suo fratello il Bracco leggiero, edizione riveduta e corretta del grande, ma di minore struttura, tarchiato, e più raccolto.

Il grande Bracco alleggerito secondo Arturo Fancelli

Il grande Bracco alleggerito è l’ideale del cane per la caccia in palude, dove le sue lunghe gambe lo proteggono di tenere il petto a continuo contatto dell’acqua, mentre il suo pelame raso, ma folto, non teme l’umidità.

Si è voluto fare del Setter un cane da acqua, mentre nel Bracco, e meglio ancora nel nostro glorioso e prettamente italiano Spinone, abbiamo due cani che sul Setter hanno enormi vantaggi; infatti nello stretto senso della parola il Setter non è da palude a causa del suo lungo pelame, che male lo difende dai micidiali effetti dell’umidità.

Il Bracco e lo Spinone appena fuori dell’acqua con una bella scrollatina si sbarazzano dell’acqua che non ha presa sul loro corpo, e in capo a pochi minuti sono asciutti, come dell’acqua poco o nulla risentono gli effetti; mentre il Setter, se continuamente adoperato in palude, nella generalità, è soggetto a malanni precoci e continui.

Il Bracco leggiero non dovrebbe dunque differire dal grande Bracco che per la minore mole e asciuttezza delle membra, come bene lo definì Delor; o in altre parole, secondo la mia opinione, dovrebbe essere un’edizione riveduta e corretta del grande senza l’inutile di questi, con un formato (Eterometria), che è dato dalla massa possibilmente ridotta entro certo limite, in modo da poter avere costantemente un tipo di cane molto più leggero, svelto, rigoroso, instancabile, dalle membra raccolte, asciutte e dal piede ristretto, a questo cane, che deve servire specialmente per il monte e la montagna si dovrebbe dare una grande importanza al suo apparecchio respiratorio, che forse appunto per causa di non allenamento od altro lascia qualche volta a desiderare.

Descrivere un Bracco leggiero a parole è cosa molto difficile, e nel momento attuale una simile descrizione risentirebbe forse della nota personale, possessore come sono d’alcuni Bracchi leggieri, che ritengo fra i più belli attuali d’Italia.

Perciò, cogliendo soltanto il buono, e notando il perfezionamento da qualunque parte esso venga, purché si resti nel puro sangue Bracco, lasciamo libero sfogo ancora alle manifestazioni dell’allevamento, il quale dovrà però contenersi entro certe norme atte a fissare il tipo assoluto del Bracco, che, in epoca più o meno remota, dovrà certamente rimanere il solo Bracco italiano.

Il vero bracco è solo uno

Il vero Bracco, disse Pollini, dev’essere uno come l’Italia, e non occorre distinguerlo per regioni o tipi.

Ho detto il solo Bracco italiano, non lapidatemi! Ma anche ammesso che il Bracco leggiero non faccia sparire il grande, è certo che se questo dovrà essere un cane alto, non grave, anzi molto alleggerito, reso più svelto e vigoroso,  che la differenza fra il grande ed il leggiero si riduca semplicemente ai minimi termini; e allora perché non dedicarsi esclusivamente soltanto al Bracco italiano tipo unico, di media taglia, raccolto, instancabile? Ripeto, non lapidatemi!

Alcuni allevatori mi hanno affermato che il tipo del Bracco leggiero ha in generale migliori reni del grande;  una potente ragione per eliminare la grande struttura, se questa deficienza dipenda dalla costruzione meccanica del grande Bracco, e non dall’allevamento.

L’andatura del grande Branco, per la conformazione del suo garretto, dissi già, è il trotto, e così deve restare, più o meno veloce, suscettivo di considerevole sviluppo con l’allenamento, che dovrebbe esser portato fino all’estremo limite di velocità nel Bracco leggiero.

Non ammetto, come apparisce ne’ Bracchi leggieri a tipo attuale, quell’andatura nella cerca del selvaggiume a galoppo, andatura sproporzionata alla struttura meccanica del Bracco, che lo fa invecchiare e finire prima del tempo.

I Bracchi tipo leggiero attuali, che vanno per la maggiore, hanno sangue Pointer…. e si continua l’andazzo, credendo di far bene; è un peccato! Con l’influenza del vivo ed ardente sangue del Pointer, il Bracco si dota d’un ardore irrefrenabile; ma, difettando l’armonia tra le correnti motrici e la validità dell’apparecchio locomotore, la macchina è destinata a tararsi, a cadere in rovina, e molto precocemente.

Secondo Arturo Fancelli il Re ha fatto solo danni

Sono questi i resultati, che si notano in certi incrociamenti, specialmente quando si cerca di miglio rare la macchina animale col così detto sangue. Io. non posso credere, come altri hanno affermato che debbasi a Vittorio Emanuele II, la fissazione di due famiglie distintissime del Bracco; tutt’al più, secondo me, Arturo Fancelli, saranno state due varietà o gruppi di Bracchi, eccellenti per doti e bellezza, che il gran Re si formò, incrociando Bracchi di più nazionalità; ma io credo che non si possa dire che con i vecchi campioni italiani, e questi Bracchi spagnuoli e francesi si ebbero due distinte famiglie, una di grande taglia, adatta alla caccia mista di pianura, l’altra di media taglia, meno appariscente di forme, di manto bianco e ambra o bianco arancio, specialmente adatta per la caccia estiva e di montagna. Ciò potrà forse esser creduto da quelli, che conoscono da lontano la razza Bracca; ma non è vero che il grande Bracco e il leggiero specialmente a manto bianco arancio di piccola o grande taglia siano stati creati dal gran Re, mentre erano già formati i due tipi da secoli.

Io, Arturo Fancelli, dico invece che l’influenza reale fece assai male, e che questi incroci, creando nuovi rami, sian pure d’ottimi cani venatori, fecero di conseguenza danno immenso alla pura razza Bracca italiana; nè ciò dico per menomare i meriti cinofili del gran Re, ma la verità non deve mai offuscarsi davanti a qualunque sole passato, presente ed avvenire.

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